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Fanny Garzya 

 

Fotografia e poesia di Giacomo Garzya

Niagara Falls, 12 luglio 2015

 

 

 

 

A OTTOBRE 2016 E' USCITO IL MIO TREDICESIMO LIBRO DI POESIE "I SASSI PARLANO", NAPOLI 2016, IUPPITER EDITORI.

NEL LUGLIO 2019, SEMPRE CON IUPPITER, L'AMORE COME IL VENTO.

NEL FEBBRAIO 2020, INFINE, DELOS, LA QUINDICESIMA RACCOLTA,

IUPPITER EDIZIONI_______________________________________

 

Prefazione di Anna Esposito

Le poesie di questa tredicesima raccolta del poeta Giacomo Garzya sono state lette da me quasi "in itinere"; un muto appuntamento sul cellulare notificato da un segnalino, mi invitava a leggere la poesia del momento; come una cronaca quotidiana, ogni stimolo diventava spunto per una trasformazione in versi del suo sentire.
E' stato facile penetrare nell'altalena dei suoi versi, che mi hanno indotto a riflettere ed hanno fatto emergere in me emozioni riposte in qualche angolo del mio animo, e sono tali riflessioni, tali emozioni che vorrei descrivere.
Il mio punto di partenza è stata la "parola", essa può cambiare uno stato d'animo, può trasformare l'umore, alleggerire o appesantire un evento, influenzare il proprio quotidiano, la propria vita, la vita di un paese...ed altro ancora. A volte le parole possono suscitare reazioni che inducono chi ascolta ad usare altre parole, dando il via ad un dialogo, un alterco, un confronto.
Le parole di un poeta, invece, quando penetrano nel profondo, inducono spesso al silenzio, quasi per non turbare il loro viaggio verso un luogo che è al di là della mente; esse hanno qualcosa di magico, possono trasportare l'essere umano in una dimensione di pura trascendenza, di religiosità, di connessione col divino che è in ciascuno di noi, dove non c'è più interferenza tra l'uomo e l'esistenza, ed il sentire personale diventa universale.....
" qui...alla Corricella c'è tanta luce, tanta quanta può avere l'umore benevolo di chi guarda oltre le nasse, oltre l'orizzonte, ché è oltre l'orizzonte che puoi incontrare la tua anima...."
"...chi è il padre di Dio? E tu rispondi, il cerchio , la retta, il punto non hanno un inizio, non hanno una fine. "
....queste parole inducono la mente a tacere, è nel silenzio che riecheggiano, è il silenzio che parla.
Le parole di Giacomo sono campane tibetane... emanano cioè vibrazioni che hanno il potere di far affiorare grovigli di sensazioni...blocchi emotivi...profonde ferite mai dimenticate... Qui l'emozione diventa parola!
"Le onde impazzite, racconta, del mare, quando esaltano e lacerano insieme l'anima, nel ricordo delle tempeste in ciascuno di noi, ...."
"Il delirio del vuoto, l'angoscia, come quando ci si perde per strada, nel freddo gelo
d'una metropoli e il cuore alla ricerca d'un segno impazza, d'un viso nella moltitudine,..."
Le parole di Giacomo rivelano la forza del suo sentire.....ovunque ho trovato la qualità dell'amore, espresso in tutte le sue forme, come energia prorompente che straripa dai suoi versi, ...l'emozione qui è incontenibile come uno tsunami, travolge il lettore, lo conquista, qui le parole sono forza universale, come la gravità , il magnetismo...
" Ti amo come l'acqua , il pane."
"Le carezze degli innamorati riscaldano i corpi nudi.....nell'amplesso ritmato su una rotaia, che corre verso un piacere infinito".
"Amo perdutamente riamato, libero, assolutamente libero, il mio amore..."
"la vita è un dono per chi...ha tanta voglia di amare..."
.....ovunque nelle poesie di Giacomo affiora un animo che non conosce finzioni o riserve, che non si nasconde, è un denudarsi, un abbandonarsi che assolve la sua natura umana e fa pensare alla qualità dell' "innocenza"...., non si copre l'innocenza, non simula, non si difende...l'innocenza vuole un cuore nudo...una mente sgombra da ipocrisie.
L'uomo "innocente" non indossa un salvagente, si espone al rischio di delusioni e sofferenze e vive senza requie il suo sentire.
"....ma tu c'eri, aggrappato al sonno, divorato dal sogno, che minava la tua pace, presago dei giorni a venire, o piuttosto specchio del tuo passato, ingombrante,
agitato, come le lenzuola smosse, ......"

"...lí sui pontili a guardare la tempesta, che deve passare...."

"...come pece il mare di notte, quando non vuoi ricordare il cuneo conficcato nella tua mente....".
Le parole di Giacomo, da lui sapientemente ordinate, danno luogo a versi di una bellezza che trascende le parole stesse ed il loro significato, esse danzano musicali e ritmiche come note, si possono ripetere all'infinito, come un mantra, perdendo forma per diventare solo armonia:
" la parola del cuore è nel suono dolce del suo battito..."
" Il sorriso improvviso del sole gli occhi distoglie dall'ombra oscura del mare...",
" Luna velata, come donna pudica, celi discreta il dolce profumo d'un amore sbocciato.... "
Altrove le parole diventano angoscia ....
"Era lunga l'attesa e le sue unghie erano assediate dai denti, corroso lo smalto, dilaniato l'indice......"
....si fanno taglienti come lame....
" Più del cobra può uccidere l'aspide, una vipera che serbi in seno, la lingua biforcuta"
.... fredde, metalliche...
" Era un robot ....rotelle su rotelle a stridere,...cigolava anche il cervello ...un robot a sangue freddo senz'anima...".
A volte sembrano quadri, dipinti con poche pennellate, ma pure così precisi e dettagliati nei particolari....
".....dove i colori delle reti delle case e dei gatti bisticciano tra loro a chi è piú forte e bello a chi è piú pastello, e tu regina, splendi col nome di Corricella, l'amore nel cuore sempre".
Nelle parole di un poeta anche la storia diventa poesia.
E qui penso che Giacomo Garzya ha superato Giacomo Garzya. Di singolare bellezza infatti è la storia del popolo cubano, raccontata attraverso gli occhi del Marlin con un ritmo cadenzato che cattura la mente e lo spirito. Ed è proprio il ritmo che Giacomo imprime al suo raccontare l'elemento che lo rende così attraente.
E' un poemetto talmente ricco di emotività e di messaggi che non è sufficiente una sola lettura per comprenderne la portata...si ha l'esigenza di leggerlo più volte e più si legge e più si scoprono angoli di infinita bellezza...ed ogni volta che si chiude la lettura non si chiudono le immagini e le emozioni che lasciano turbati.
Trovo superlativo il contrasto tra l'immagine iniziale dove le forze della natura sono in totale dinamica armonia:
"E il Marlin era lì ad ascoltare il brusìo sommesso del mare, tutto baciava le onde, il sole il vento, dell'oceano infinito......"
....e le immagini successive dove la stessa natura è pregna di orrore per le stragi che hanno sconvolto il popolo di Cuba.
" E il Marlin vide il cielo irrorarsi di sangue per le stragi degli indios....e vide gli avvoltoi cibarsi delle carogne dei vinti.....".
Scorrendo i versi si prova l'emozione di essere lì sul mare a guardare con gli occhi del Marlin la sequenza degli eventi, tragici atti di una storia, tra le tante, giustificata e dimenticata. Le parole qui si fanno " pietre" che gravano su una umanità che guarda impotente, ma non per questo meno colpevole, alle stragi del passato ma anche a quelle dei nostri giorni .
A volte dalle parole di Giacomo appare il suo "ego", il suo "sentirsi poeta", una sorta di "orgoglio intellettuale" fa capolino tra le righe...
"...tu puoi scoprire un luogo....da te dipende...tanta è l'abitudine a non vederlo per niente. Ma quando sei un poeta a te nulla sfugge...."
"........ma qual è il tempo di un poeta?....quello di vedere ciò che tanti non vedono...."
....e qui è molto facile che un lettore disattento diventi, a sua volta, vittima del proprio ego, dell'orgoglio di un uguale sentire, senza avere le parole di un poeta.
Se invece questi versi si leggono con animo ricettivo, sgombro da preconcetti, affiora la definizione che Giacomo stesso dà alla parola "poeta"....non è solo colui che va verso gli altri con l'alchimia delle parole...è poeta anche chi non ha questo dono ma del poeta ha l'animo....
"un animo osservatore fedele della umana natura..."
"...ma quando sei un poeta a te nulla sfugge....e quel luogo avrà una voce, un profumo, un alito di vento che lo renderà unico, riconoscibile solo a te che lo ami..."
Questi muti messaggi che arrivano da un luogo, da una persona, da uno stare, si "sentono"...."si riconoscono"....non occorrono parole per percepire quel profumo o quell'alito di vento....anche una sola parola potrebbe essere di troppo.
Ma allora quale ruolo hanno le parole di un poeta? Esse scuotono l'anima di chi le comprende, nella loro semplice armonia rendono consapevole del proprio sentire colui che le legge, rendono "visibile" al lettore l'amore verso un popolo, o verso un luogo, o verso la propria donna, l'amore paterno, l'amore profano, la gratitudine, la sofferenza, il dolore...
Ma non tutti "comprendono" le parole di un poeta, a volte esse non vanno oltre l'orecchio, così come la definizione di luce non aiuta un cieco dalla nascita a comprendere cosa sia la luce: costui potrebbe ripeterne la definizione in modo preciso, puntuale,.... ma non ne avrebbe conoscenza, mentre colui che la percepisce semplicemente sa … oltre le parole!
Allo stesso modo, la superficialità di chi non "sente" , non "riconosce", l'incapacità di guardarsi dentro, in generale lo stare alla periferia del proprio essere, fanno da ombrello alle parole, anche a quelle di un poeta.
Chi, allora, si lascia invadere dalle sue parole?
Colui che ha l'animo del poeta, anche se non ne ha le "parole", che vibrano e fanno affiorare ciò che già ha dentro di sé....che già esiste in qualche parte riposta del suo essere... , ma che non sa comunicare con la forza della poesia.
Questo è il grande dono che Giacomo Garzya ha e che fa a tutti noi quando usa l'alchimia delle parole!
Il senso di gratitudine che ora esprimo a Giacomo, sono certa, è comune a tutti coloro che lo conoscono e che lo amano.

Il libro è stato presentato a Palazzo Serra di Cassano, Napoli, il 15 dicembre 2016 da Anna Esposito e Aurora Cacòpardo, moderatore Felice Zoena

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IL MIO DODICESIMO LIBRO DI POESIE

 

 

"Uno spirito inquieto che non si ripiega su se stesso e che non rinuncia mai a vivere nel mondo e col mondo", così Giuseppe Galasso definiva nel 2001 Giacomo Garzya nella prefazione della raccolta Maree. In un'esperienza poetica tanto vasta e articolata come quella di Garzya (oltre venti anni di attività ininterrotta) la sua poesia, da qualsiasi punto la si osservi, appare in costante movimento o meglio, si costruisce e si presenta come un continuo viaggio, un viaggio compiuto non solo pellegrinando per i luoghi cari al poeta ma, e soprattutto, attraverso i gesti che costituiscono i piaceri semplici dell'esistenza umana. È sufficiente un bicchiere di Spritz nel quale il ghiaccio che brilla rinvia all'amore negli occhi degli innamorati per delineare sulle labbra del lettore un sorriso, segno di un déjà-vu affiorato dal baule dei suoi ricordi. Piccolo e grande sono concetti relativi, quasi inadoperabili, se ci si accosta alla poesia di Garzya, poiché il più piccolo e semplice gesto può scatenare la più forte e profonda emozione, come un gatto che si arrotola al sole di mezzogiorno e rende, chi lo osserva, semplicemente felice. Un insieme di luoghi circoscritti dunque, ben definiti nella loro storia e nelle loro caratteristiche, che racchiudono in sé l'universo intero e aprono a considerazioni sugli uomini, sul loro esistere, sull'amore, sulla storia e sulle storie di ognuno. Poesie della realtà, di gesti abituali e ripetitivi come quello dei pescatori di Marina di Praia che

giocano a carte, a dadi/ sui tavoli/ dove scorre vino rosso/ sangue,/ per lenire la fatica del mare,/ per stordire la mente/ nei momenti d'ira del mare.

Il viaggio di Garzya prende avvio tra i boulevard di Bruxelles, città dove ha trascorso tante estati della sua infanzia e adolescenza, ripercorre località di mare a lui care e presenti nelle raccolte precedenti e si sofferma a Trieste, luogo d'elezione per la scrittura. Trieste città-frontiera, crogiolo di razze, groviglio di Storia e cultura, Trieste e i suoi letterati i cui busti sono esposti di qua e di là per le vie: Joyce, Stuparich, Svevo, Saba. E a Joyce, Garzya dedica dei versi nostalgici nella malinconica consapevolezza che i suoi passi si sovrappongono a quelli lasciati, un tempo, dallo scrittore lungo il canale, versi che rappresentano una sorta di dialogo e un momento di meditazione in compagnia del padre dell'Ulisse moderno

I tuoi passi sul canale/ caro padre d'Ulisse/ sono ora i miei passi/ e ricordano le tue sudate/ pagine, che passeggiavano/ in me ragazzo,/ alla scoperta della tua coscienza,/ come della mia,/ così diversa la percezione/ delle ore, dei minuti, dei secondi,/ così diversa la latitudine della mente/ in ciascuno di noi.

Il viaggio riprende da un continente all'altro e, nella penombra dei grattacieli di New York, Garzya emerge quale poeta del movimento urbano e accende con le parole, proprio come

il riverbero sul fiume/ accendeva il cielo nel blu/ della notte,/ le corde d'acciaio del ponte/ più antico e bello vibrando/ al battito accelerato del cuore/ degli innamorati/

il volto della New York più autentica dove l'immagine degli innamorati, il suono delle sirene delle navi, il volo dei gabbiani e il passo di chi vuole arrivare primo in una corsa contro il tempo, si confondono sullo sfondo con l'energia sprigionata dalle parole stesse utilizzate per descrivere queste immagini. Potenza e sentimento che ritroviamo nelle tre poesie dedicate agli uomini e ai paesaggi del Nord, piccole scene rubate alla quotidianità e suggestivi paesaggi naturali, realizzati non con oli e pennelli o con la fotografia, di cui Garzya è altresì maestro, ma con la poesia e la ricchezza delle parole. I suoi versi sono soavi, scorrono con naturalezza e spontaneità come i paesaggi descritti e questo perché, com'è stato già notato in passato da diversi studiosi, la poesia non è per Garzya tanto una scelta quanto un bisogno, un'esigenza naturale al pari del mangiare o del dormire. Un'esigenza che diventa vitale dopo i momenti tragici che segnano la sua esistenza, quando i versi si dispiegano in una lirica che evoca l'amatissima figlia perduta e rappresentano un meditare costante sull'esistenza dell'individuo, sulla sua singolarità dolorosa, sperduta in una cosmologia sconfinata, in una cosmologia il cui ritmo più prossimo, più avvertibile, è lo scorrere del tempo, il susseguirsi degli eventi e delle cose, l'alternarsi delle stagioni. Le poesie di Garzya rilevano l'esperienza di un severo disincanto dinanzi al senso della vita, ma sono anche un attraversamento incessante del pensiero in piena libertà, tra alti e bassi, tra slanci e silenzi. Un attraversamento che si spinge fino a quel punto dove il pensiero guarda se stesso e vede il proprio limite. In quello stesso istante, però, s'intravede una boa di salvataggio e questa boa è l'amore. L'amore che traspare dall'abbraccio di due giovani innamorati, dallo sguardo della donna che si ha accanto, che si presenta sensuale e fisico tra due amanti o semplicemente si percepisce nel tenere tra le mani un animale fragile e indifeso come in Pettirosso, penultima poesia che dà il nome all'intera raccolta

Saltella il mio cuore,/ batte batte col tuo,/ e le piume morbide come il profumo,/ la mia mano scaldano/ e batte batte/ il tuo cuoricino col mio/

L'audacia di questo piccolo passeriforme a lanciarsi contro qualcosa di enormemente più grande di lui è tramandata dalla tradizione cristiana, secondo la quale il pettirosso si sarebbe procurato la tipica chiazza rossa sul petto cercando di estrarre una spina dalla corona posta sul capo del Cristo. È l'allegoria dell'eroismo, dell'altruismo e della generosità, è la silenziosa storia di tanti piccoli Davide di cui nessuno parlerà mai, ma non per questo rinunciano a combattere. Ancora una volta Garzya sorpassa il punto del limite e dà una risposta alla paura della morte, dell'assenza e del nulla. Poche volte un libro, nella vita di un lettore, diventa una presenza insieme discreta e costante, e dalle sue parole, dalle sue rime, dai suoi pensieri, prende avvio la meditazione sull'esistenza dei singoli e dell'universo, di tutto quello che definiamo vivente. E ogni nuova lettura porta in sé sogni e visioni che hanno qualcosa di nuovo e di diverso, che solo un poeta dei paesaggi dell'anima può suscitare.

Maria Rosaria Compagnone


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IL MIO UNDICESIMO LIBRO DI POESIE "Una specchiera" , NAPOLI 2015, M.D'AURIA EDITORE, (D'Auria, Calata Trinità Maggiore, Napoli) .

La poesia di Garzya
tra tempo e malinconia
Pubblichiamo in anteprima ampi stralci della
prefazione di Aurora Cacopardo al libro di
poesie “La specchiera” di Giacomo Garzya (M.
D’Auria Editore) in uscita a marzo.
Giacomo Garzya sembra un poeta della
classicità greca, comparso per caso in questo
secolo di crisi umanistica e di valori, e ricorda
la stirpe di poeti pagani che, da un luogo appartato,
contemplavano le stagioni, la natura,
gli animali, i fiumi insieme alla dolcezza degli
amori, alla voluttà della carne, alle inquietudini
dell’anima e, soprattutto, allo scorrere del
tempo “...su quella linea / che divide il possibile
/ dall’impossibile, / si demarca la tua voglia /
d’amare una ninfa, / che è lì sulla battigia, / lì
al sole tra l’acqua e la terra / tra l’orizzonte e il
cielo…”. In tutta la raccolta di sessantuno
poesie (più quattro traduzioni in inglese di Jeff
Matthews) circola sovente una riflessione
malinconica ma non sconsolata perché è
innestata nell’albero della vita la cui impronta
è una barca che naviga oltre l’estuario dell’esistenza,
per alcuni, per il Nostro oltre i mari del
tempo e dello spazio, come cantava il grande
mistico e poeta spagnolo Giovanni della Croce.
La parola per il poeta è l’incontro tra luogo e
tempo. Il mare è il labirinto ed è la ricerca della
quiete; la navigazione è la metafora della vita
che procede ora su mari tranquilli, ora in
mezzo a tempeste. La malinconia non è mai
una resa, per Garzya, bensì è piuttosto consapevolezza.
Il sentimento del tempo che cammina
tra le pieghe dei giorni e si fa memoria è
un sentimento che ha attraversato tutto il ‘900,
caratterizzando quelle metafore di straordinaria
valenza estetica ed esistenziale. Molte
poesie di Giacomo Garzya sono racconti marini
e inni all’amore. Il lettore conoscerà il silenzio
dei porti, lo stridio delle rondini e dei gabbiani,
le voci dei pescatori, le voci degli amanti,
conoscerà il terribile vento di scirocco, vedrà
tutti i colori del mare: azzurro, blu, verde, nelle
cui acque annegherà i suoi pensieri talvolta
sconsolati. Il lettore godrà anche della limpidezza
di un’alba come soffrirà della nebbia che
tutto vela od offusca il cuore. Giacomo Garzya
è come un viandante: si racconta, si dà un
senso in un viaggio che diventa metafora del
tempo. Nella poesia Lo spazio offre l’interpretazione
della propria esperienza al di fuori del
tempo e della storia come esperienza assoluta
dell’uomo. Affida, quindi, al suo vissuto biografico
un significato che riguarda tutti recuperando
una funzione sia alla poesia sia alla sua
figura di uomo dolente: “…e se è vero / che la
memoria / non ossida il tempo / è anche vero
/ che il luogo amato / caro è / a ciascuno di noi
/ e resiste all’oblio”. Nella poesia che dà nome
alla raccolta Una specchiera, tutto sembra
fuggire e scomparire, primo protagonista il
tempo che muta e tutto fa mutare, come se la
storia avesse smarrito il suo ritmo lineare e
continuo. Avvertiamo la divinità nascosta del
tempo, un passo misterioso e uniforme che
spegne tutte le differenze tra il prima e il poi,
tra passato e presente. Ma c’è anche la nitidezza
della luce: “quando i campi sono battuti /
dal sole / in un’orgia di luce e di vento / in
un’orgia di vita”. Le ultime tre poesie del libro
di Giacomo Garzya sono dedicate a Vienna, a
Trieste ad alla sua Bora e al mito ed alle figure
del mito che hanno evocato nel poeta tempi
lontani : Saba, Svevo, Joyce, Kafka, Freud,
Musil. Poeti, scrittori che hanno tramandato
un pensare mediterraneo e poeti che sono
rimasti dentro le maglie di una idea di consapevolezza
ed il luogo e la memoria sono un
incontro fatale che non solo si percepisce per
un rimando di tempo ma si vive come una
interiorità che diviene esperienza storica.
CHIAIA MAGAZINE • FEBBRAIO/MARZO 2015 (31)

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NEL 2013

 

Un anno
Giacomo Garzya

Un cerotto sull'anima. Un anno di Giacomo Garzya.

Anche quest'ultima raccolta di Giacomo Garzya, Un anno, conferma il dettato poetico che gli è proprio, e che già Giuseppe Galasso individuava per tempo nella prefazione alla sua seconda raccolta di poesie, Maree, del 2001: la semplicità pensosa del dettato poetico, che non perde tuttavia vivacità nella compostezza del verso di "spontanea levità". Così si esprimeva Galasso, e i versi anche di questa raccolta ultima confermano in pieno, credo, quel giudizio.
Una poetica colloquiale che anche in questa raccolta, lo notavo già nella prefazione a Pensare è non pensare del 2009, ha il suo scenario e la sua metafora nella topica del viaggio, e in ciò che del viaggio - insieme paesaggio e scenario interiore - resta: lacerti di memoria, visioni che dilatano un istante, fanno spazio di un'intuizione (qui credo ci sia il fotografo, l'occhio del fotografo di Garzya); tracce che si consegnano a ricordi, a un 'raccoglimento nel cuore' di un vissuto, di cui quasi ci si sorprende di essere ancora capaci di vivere: la sorpresa di "un'altra notte/ e tu canti ancora/ la tua voce triste…/ tu che hai perso tanto,/ tua madre, tuo padre/ tua figlia" (Un'altra notte).
Queste notti che sono ancora date dopo la perdita, cartografate, annotate, datate in Un anno ancora (e suona in questi versi una continua meraviglia di questo "ancora") da "pellegrino su questa terra,/ che non è più tua/ dove il pianto scava il tuo volto"(Saudade), queste notti dove "il quarzo dell'orologio avanza/ e allora altro non resta/ che aprire il meccanismo/ e mandarlo in frantumi" (Amici miei), dove "uscire dal dolore / è il momento più bello del nuovo giorno"(Uscire dal dolore), sono le notti che restano dopo Cinque anni, che Fanny, la figlia adorata, non c'è più.
Qui è difficile distinguere l'uomo dal poeta, forse non è neppure giusto, quando si è impegnati a "dimenticare per sopravvivere" (Cinque anni). Quando il cuore ti porta su un'immagine, una voce, un sorriso; e però, per non morire seguendo la tua personale Euridice in quell'immagine, in quella voce, in quel sorriso, su cui non riesci a mettere le mani, che non riesci più a stringere al petto, e solo ricordi come bambina correva a stringerti le ginocchia (Euridice, Campanule), per non morire, devi mettere la testa da un'altra parte; non cercare più nemmeno i gabbiani per parlare con lei, perché "danno troppo dolore"(Cinque anni).
C'è un "cuore contratturato" (Il contratturato) in queste poesie. Ed è quasi un miracolo che da questa contrattura dell'anima possa sgorgare qualcosa, che "al suono arcano del mare" possa "scorrere vino verde nelle vene", ad un piccolo tavolo, al Santa Cruz (si segna il posto, lo si nomina per la sorpresa) con amici (Portugal). Il vino verde, il colore della vita. Come possa ancora scorrere nelle vene, questa è la domanda, che lancina chi legge questi versi di "un naufrago senza speranza", un puntino sempre più piccolo all'orizzonte; fantasma, naviglio dell'io che va lentamente a fondo (Naufragio). Com'è possibile?
Balugina a un certo punto la possibilità della fede, in una fede che veda al di là della vita di qua, dove "il sole appassisce d'inverno". Al Monte del Tempio, "solo su queste pietre/ è resurrezione dei morti". Ma è un baluginio.
Fondamentalmente, a sostegno del lento andare a fondo della propria nave, della propria arca di sopravvivenza di amore, di affetti e ricordi, inesorabile a scendere in un mare di cui non si conosce il fondo, c'è la filologia dell'al di qua, la lezione del padre, da cui si impara a distinguere la verità che si può distinguere, il primo alfa, dalla corruzione dei testi (Filologie). La trama degli affetti, e i suoi ambienti (Lecce sacra e antica, e la figura della nonna; Napoli segreta e antica, e le sue passeggiate), di un'anima epicurea, la densità pensosa che si fa spontanea levità di parola (penso alla biografia minima, dialogo conviviale, di Portugal, Via Veneto, Ciro).
Insomma in Un anno, in queste poesie, Garzya è come se scattasse fotogrammi al suo vedersi vivere, e al suo veder viver, come homo patiens, quasi uno sdoppiamento che lo aiuta a vivere, che lo tira fuori dall'insostenibile (Homo patiens). Una poesia che è un cerotto sull'anima; del poeta, e di chi lo legge e misura alle di lui perdite le sue perdite.
Ma anche un insegnamento, che vorrei esprimere con una citazione da Oscar Wilde, che era in quarta di copertina di Solaria (1998), il primo volumetto di versi di Giacomo Garzya: "Coloro i quali trovano nelle cose belle significati belli, sono persone colte. Per questi c'è speranza". E' questa capacità per la bellezza, di farsi cogliere da essa pur nella pensosa consapevolezza della sua fuggevolezza, prima ancora della capacità di coltivarla, che permette di cogliere, nonostante tutto, il senso di ciò che fugge: "l'attimo di sole "che "illumina il bello della vita" (Momenti di luce), che dà nomi e volti a una vita che il poeta sa di passaggio; che è un anno e che pure c'è dato, e va patito, e vissuto; più raramente gioito, "mentre la terra gira/ e porta con sé il pensiero di tutti" (La sfera).

Eugenio Mazzarella

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Giacomo Garzya is a contemporary Neapolitan poet. The following poem appears in the original Italian in his Poesie ©(pub. M. D'Auria, Naples, 2011). This English translation is my own and was done in collaboration with the poet. I present it with his permission.

Secret and Ancient Naples

In the heart of magic Sanità
sunken mysterial voices
of animulae vagulae et blandulae *
from deep Cumaean chambers hewn with blood
from wounds of ancient hands
invade the mind.
It flees in surprise and disbelief
to the aspidistra and red fire of camellias,
to the paths of lemons, plums and mandarines-
the true joy of this secret garden.
By soft dim torchlight on a fair summer's eve
in these depths of most ancient Naples,
this hallowed spot-serene, unexpected, still-
laden with history in apotropaic rock.
The solid blocks, grave and low,
intone their tales, their memories-
radioactive, electric, eternal, through the ages
like the poetry of ancient Greece
in a world both formed and unformed,
like the voices, the thread between life and death,
between pagan beliefs and Christian.
*The Latin phrase (line 3) is proverbial in Italian and left untranslated in the poem. It is from Hadrian's poem that starts "Animulae vagulae et blandulae/hospes comesque corpis..."-roughly, "Little souls, wandering and faint/guests and companions of my body...".

[Also see Masada and From Jeranto by Giacomo Garzya.]


Masada

-poem & photo by Giacomo Garzya ©2012

Garzya is a contemporary Neapolitan poet and has other poetry in these pages here and here. He recently returned from Israel, where he visited Masada, the mountaintop stronghold in the Judean desert and site of a Roman siege in 73 AD to oust Jewish rebels. The siege ended, famously, when the rebels committed mass suicide rather than surrender. Garzya was moved to write these lines. My English translation on the right is presented here with permission of the author.

Come dimenticare
quel vento sordo sulla rocca,
un'inespugnabile rocca,
sul deserto e il Mar Morto,
simbolo di lotta.

Un Impero contro una fede,
un secondo Tempio abbattuto
e mille zeloti scalzi soli
sulla rocca d'Erode,
nel vento sottile delle candele
della notte,
mentre tu decima invitta Legione
incalzi con la rampa
e sali sali fino alle cisterne
fin su ai colombari
fino a togliere il fiato
alle trombe,
fino a cogliere il sangue suicida
di mille a Masada.

Né vinti né vincitori,
ma il ricordo imperituro
di un'espugnata rocca.
How to forget
that deaf wind
of the fortress rock
on the desert and Dead Sea,
unbreachable symbol of struggle.

Empire against Faith,
a second Temple thrown down,
a thousand lone and barefoot zealots
on Herod 's rock,
in the thin flickering wisp
of candles in the night,
while you, peerless Tenth Legion,
set foot up the ramp,
up to the cistern and dovecotes,
where the trumpets cannot breathe,
into the self-spilt blood
of the Thousand of Masada.

Not victors nor vanquished,
but the deathless memory
of the fortress breached.

-Masada, 1 gennaio 2013


-poetry by Giacomo Garzya




Perù, luglio 2013

Dolore a Hong Kong, 20 luglio 2014

 

New York, 8 luglio 2015

 

Gjesvaertappan, 26 agosto 2015

Salstraumen, 22 agosto 2015

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