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Giacomo Garzya ritratto da Marco Chiuchiarelli (2005)


   

E' uscito nelle librerie GIACOMO GARZYA, L'Amour et le Violon, M.D'Auria editore,

Napoli 2012.



PREFAZIONE DI EMANUELA D'AMELIO

In punta di piedi mi accosto alla nuova raccolta di poesie di Giacomo Garzya "L'Amour et le violon", onorata di aver potuto assistere alla genesi di questi versi in qualità di amica e di lettrice.
La sua nuova opera, prima di essere stata scritta, è stata vissuta andando a cercare la parte di sogno che gli spetta di diritto e di cui ci fa prezioso dono.
Il poeta è qualcuno che gioca con le parole o forse una persona il cui cuore si riversa su un foglio di carta o ancora, più semplicemente, un uomo che ama "raccontarsi" delle storie: Garzya si racconta a se stesso ancora una volta, i pensieri e i sentimenti sedimentati nella sua mente fioriscono, nero su bianco, come la cascata di perle di una collana rotta all'improvviso e la sua mano diventa muscolo involontario guidato dal cuore.
Delle venticinque poesie di questa nuova raccolta è evidente una interposizione tra natura, colori, sentimenti ed atmosfere in un viaggio nella quotidianità degli affetti. Quel che emerge è un susseguirsi di fili che si intrecciano tra loro a formare una trama di parole, un quadro dipinto attingendo colori da una tavolozza, quella della vita, che appare spesso sbavata e stinta, altre volte, invece, carica di mille colori sgargianti.
Le poesie mirano a mantenere costante un sobrio controllo sulle emozioni, ad incanalarle, forgiarle, evocarle e mescolarle con immagini, atmosfere e colori. L'accurata scelta della disposizione dei versi, il variare della loro lunghezza ed il loro diverso timbro indicano una passione formale mai sopita che in nessun caso soffoca od altera la dolcezza, lo spessore e il vibrare dei contenuti.
I colori accesi o cupi, i paesaggi mediterranei o nordici, la "pioggia battente", le "nebbie di Venezia", la "sabbia bianca coperta di brughiera" o il "tramonto rosso" non fanno solo da sfondo ai versi ma definiscono piuttosto stati d'animo che si alternano frequentemente. Ai momenti di passione e di speranza fanno infatti seguito attimi di tristezza e solitudine, come avviene nell'animo di tutti gli esseri umani: la poesia di Garzya diventa fotografia dell'anima ed è impossibile non rispecchiarvisi.
In "L'amour et le violon" le poesie evocano pienezza ("la luce tu vedrai nel fondo del mare") e nostalgia ("Non posso accarezzare i tuoi capelli sussurrando parole d'amore"), speranzosa attesa ("I nostri sentimenti segreti usciranno con le rondini per librarsi nell'aria"), disillusa solitudine ("Tu non arrivi, tu non verrai, perché non dovevi partire…"), a ritroso nel viaggio dell'anima.
La poesia diviene dunque salvezza e liberazione, catarsi atta a superare ed allontanare il dolore e la nostalgia per il fatto stesso di riuscire a parlarne ed a conviverci, arginandoli attraverso un anelito di lotta per apprezzare le bellezze della vita ("E le labbra cercavano le labbra, la pioggia battente") e viverle pienamente.
Lungi dall'essere intimista, la poesia di Giacomo Garzya diventa umanistica, universale. Ci sono parole che catturano, colpiscono e non si sa se siano un pugno nello stomaco o una carezza all'anima, che permettono di riflettersi guardandosi in uno specchio, di sentirne il profumo sfuggendo al controllo dal tempo.
Al centro dei suoi versi c'è sempre il cuore dell'uomo in tutta la gamma delle sue percezioni, in tutti i suoi battiti. I temi sono molteplici. Dalla lettura delle poesie di "L'amour et le violon" emerge che il perno dei suoi versi sia l'amore espresso in un linguaggio immediato, essenziale eppure profondo ed attento. Le poesie d'amore possono essere una risposta emotiva ad un evento o ad un momento passionale, altre volte sono più riflessive e cercano di donarci il senso di un'esperienza che si dilata ad un campo più ampio della vita, ad un amore senza tempo ed universale dove l'immagine di una donna evocata è solo il pretesto, lo spunto per ritrovare il battito del nostro cuore spesso sopito e la consapevolezza che le emozioni sono linfa vitale dei nostri giorni. Amore nel senso ampio, dunque, che include una profonda rivalutazione dei valori primari della nostra esistenza, quali il tema della morte e della fede ("Non passa un giorno senza che lei non preghi per me"), del ricordo della terra belga dell'infanzia e dunque delle proprie radici ("Correvo per la Campine…. sulla sabbia bianca d'erica coperta".), dell'amor filiale per il padre ("un bacio filiale per un padre inerme"). Ed ancora amore per il valore dell'amicizia ("i raggi del sole una bella amicizia riscaldano") e per la pienezza della vita ("ora ti abbraccio, fuoco…ed è musica il crepitio dei tronchetti che ardono").
Lascio per ultimo l'amore più grande della vita di Giacomo Garzya, quello per l'adorata figlia Fanny che ora vola alto accanto al sole e che lo sostiene amorevolmente nel suo dolore senza fine. Non citerò i versi specifici, mi pare di limitare, se non addirittura di "profanare", un ricordo ed un amore che appartengono solo a Giacomo e sua moglie Paola. Il lettore rintraccerà facilmente le due delicatissime poesie e saprà comprendere


PRESENTAZIONE DI LUIGI MASCILLI MIGLIORINI DEL LIBRO "POESIE" , M.DAuria Editore, Napoli 2011, pp.456.

Meliora silentio


Geografie dell'anima, si direbbe con espressione forse abusata di poesie come quelle di Giacomo Garzya che ora possiamo leggere tutte insieme, quasi come se un gigantesco atlante dei sentimenti si distendesse per intero davanti ai nostri occhi e noi fossimo chiamati a fissare su di esso le nostre personalissime bandierine, dopo aver dato -come è doveroso- attenzione alle bandierine già fissate dall'autore della mappa, cogliendo punti comuni di navigazione e di sosta, ma anche dissonanze inattese di orientamento e di approdi.
I luoghi -lo ha osservato già gran parte della critica- giocano, infatti, un ruolo fondamentale nella poesia di Giacomo Garzya. A cominciare dalla ripetuta e mutevole Grecia che viene incontro al lettore nelle prime pagine di questo libro dove -per ragione non intenzionale di cose- la geografia si fa storia e i luoghi diventano memoria. Come accade in Methoni, poesia dell'inizio, nella quale è chiamata a dar conto di sé non solo la Grecia dei miti, ma anche quella delle cronologie più vicine, che allo scontro tra Venezia e il Turco ("Methòni superba/di San Marco/la guardia/a bada tenesti l'offesa/del turco spavaldo"). E non potrebbe essere diversamente se per un attimo il nostro sguardo si insinua a cogliere, dietro le parole di poesia, le parole in prosa, la ricerca e la riflessione critica che in questi stessi hanno occupato Giacomo Garzya, storico della religiosità nel Mezzogiorno moderno. E da storico il Tempo, e il congedo da esso -"E tu/Spyridion/avanti l'antica gola -recitano i versi di Kardamyli- un mondo/che non è/più dispensi/Alito, assenza, brezza/il tamburo del tempo/batte/quello che va"- si piegano insieme al mutamento, giacché illusoria è -mi sembra di poter osservare- anche per il poeta la speranza - quella di Diafani e del suo Kafenenion- che il Tempo possa davvero arrestarsi.
Tempo, dunque, non immobile ma storico. Tempo che scorre, anche se l'Egeo carico di ritorni (ma così dovrebbe pure dirsi del nostro più vicino Mediterraneo, tra le Sirene sorrentine e il Salento, vagando tra le isole che portano il nome fascinoso di Capri, di Ischia, di Procida) sembra, talvolta, capace di negarlo. Così gli uomini stanno -nei versi di Giacomo Garzya- "ciclicamente/offesi a morte/a strappi si cresce". "Cinicamente -prosegue Uomini- offesi a morte/e/temprati/dalle umane miserie/si aspetta/ il verdetto/ del tempo". Convinzione che si ripete nella poesia Autunno dove, a ricalco di versi illustri, torna l'immagine della precaria condizione umana esposta, come tutti sappiamo, al mutare inesorabile delle stagioni e, dunque, "al primo soffio cade".
Il vocabolario di questo Tempo non è fatto di parole dettate da saggezza moderna, ma da una saggezza (si direbbe meglio una sapienza) assai più anonima e antica: "Non sono/i de La Bruyère/ -leggiamo- a sistemare/i precetti/del buon vivere/bensì pelle rugosa/di vecchia devota". Asperità, che è -lo confesso- tra le poesie che ho più amato, riprendendo, quasi, le cadenze della grande tradizione moralistica, epigrammatica, inverte intenzionalmente rapporti e gerarchie, lasciandoci intravedere dietro confortevoli accoglienze, l'autentica durezza delle relazioni in gioco: "Lo spigolo/nel quale spesso/m'imbatto/lo preferirei/di piperno/non di torba/grassa e corrotta".
Se si parte da questo punto; se si assume l'ingannevole verità della dolcezza, allora si spalanca la tragedia muta dove il dolore privato e quello collettivo, toccandosi, non possono che dar ragione al grido che è nei versi di Il ghiaccio e il fuoco: "Il massacro nei Campi fatti di forni/invece, inermi e ignare masse ha colpito/E' stato del tutto insensato/e nessuna giustificazione a ciò/l'uomo,la storia, possono dare".
Sembra quasi che, ad un certo punto, il Nord, "il magico Nord", si rovesci negli orizzonti azzurri del sentimento mediterraneo, li sconvolga e li riveli. Altre geografie dell'anima cui è destinato il compito di fare da contro canto alle immagini troppo rassicuranti, troppo pigre e felici, dell'esordio mediterraneo. La "ricerca del molteplice" (così nella bella A Fanny per i suoi vent'anni) conduce, così, a peripli che sono ritorni in luoghi (Alimuri, la Grecia, ancora le isole del nostro Golfo) di cui sarebbe difficile dire se sono immutati o stravolti, come sarebbe ugualmente difficile dire se i sentimenti che vi presero forma un tempo siano ora, ritornando, gli stessi o ci siano, in qualche modo, inattesi ed estranei. Il divenire è: torna proprio dalla Grecia (Diakofti) una lezione che in queste ripetute navigazioni è talvolta duro, ma sempre necessario apprendere.
E quanto duro sia stato per Giacomo è pudico tacere. Il tempo scorre, sconvolge gli spazi, il dolore disordina gli alfabeti. La parola si fa meno sicura del proprio valore, della sua capacità di suturare ciò che gli anni implacabilmente squarciano. Rimarranno le tue parole?: l'interrogazione si fa vertiginosa quando lambisce il Verbo, così rispondendo "E' fatale che tutto finisca/tu dici, Agnello, della mia anima/anche il sole e gli astri tutti/Nel vortice abissale tutti/nell'elicoide del Palazzo d'Urbino tutti/come in Matteo/con "il cielo e la terra passeranno"/Ma nel dopo rimarranno le Tue parole?/A volte se penso alla storia degli uomini/credo che Tu sia morto invano".
Ma la risposta vera è quella che Giacomo Garzya ritrova sul passo dell'Autoritratto di Salvator Rosa: Aut tace/aut loquere/meliora silentio. "O taci, o dici cose migliori del silenzio": cifra estrema e ragionevole della poetica colta di queste pagine, quasi di un Wittgenstein reso, e arreso poeta