Dalla Baia incantata di Jeranto, i mitici faraglioni di Capri, 31 marzo 1996 (foto di Giacomo Garzya)

GIACOMO GARZYA: ALCUNE FOTO SUI TANTI CONTROLUCE SU CAPRI E I SUOI FARAGLIONI, UN VERO E PROPRIO STUDIO SULLA LUCE DURATO UNA VENTINA D'ANNI

UNA RIFLESSIONE SULLA MIA ATTIVITÀ DI POETA E FOTOGRAFO

A)

UNA RIFLESSIONE SULLA MIA ATTIVITÀ DI POETA E FOTOGRAFO 

La poesia è stata sempre parte importante della mia vita, rappresentando una continua ricerca esistenziale: la mia inquietudine, la storia come memoria, gli amori, i luoghi, la natura, il vento e il mare motore di tutte le cose, le mie radici mediterranee e nordiche, fino al lutto per la scomparsa tragica di mia figlia Fanny. Sulla mia prima formazione giovanile, molta importanza hanno avuto le letture intensive dei classici, in particolare i Poemi omerici, Saffo e gli altri Lirici (nella traduzione di Salvatore Quasimodo), Catullo, Orazio, Foscolo, Kavàfis, Garcìa Lorca, Ungaretti, Dostoevskij, Hemingway, de Saint-Exupéry, Malaparte e la Fallaci. Quanto allo stile, come è stato già notato nel 2001 da Giuseppe Galasso nella prefazione al mio secondo libro di poesie “Maree”, “i versi di Garzya sono…lievi, scorrono con la naturalezza della spontaneità che li ha dettati anche quando sono densi…di nomi famosi, di tòpoi storici e letterari”. Lo stile, infatti, nella scrittura ha un peso specifico: Francesco De Sanctis diceva che “la forma è la cosa”, ma l’uso indispensabile delle principali regole della retorica – la poesia non è la prosa – e la forza evocativa delle parole, legate al personale bagaglio lessicale (la parola greca “Logos”, quindi, nei suoi due significati di parola e pensiero, tante parole tanti pensieri), non bastano da sole, senza un’ispirazione creativa fatta di emozioni, l’ “Io lirico”, la storia anche personale di ieri e di oggi, purché si renda universale. Quindi forma e contenuti, secondo la lezione leopardiana che definiva Vincenzo Monti “poeta dell’orecchio e della immaginazione, ma non del cuore”. L’immediatezza, poi, con cui ho scritto molte poesie non vuol dire scrittura spontanea, ma pensieri sedimentati, che fuoriescono quando devono, quando sono maturi. Il mio percorso poetico trentennale, se non si considerano gli anni giovanili, vuole  coltivare innanzitutto l’ “Io lirico”, essere un’introspezione non intimista, bensì universale, vuole essere autobiografico, un “romanzo della vita”, alla Umberto Saba, un diario dell’anima, non della mia soltanto, ma di tutte le anime portate a pensare, a riflettere sul significato della propria esistenza, nel suo scorrere tra esperienze trascorse e nuove emozioni; la mia poesia, infine, fin dall’inizio, ha voluto essere anche un antidoto contro l’oblio del tempo, preservando i valori della nostra civiltà, tenendo sempre vivi gli affetti, che ci consentono di sopravvivere in un mondo spesso ostile, non sempre o non proprio amico. Sin da piccolo mio padre Antonio – poliglotta (parlava correntemente otto lingue), insigne Filologo classico e bizantinista, professore di Letteratura greca all’Università Federico II di Napoli, nonché di greco medioevale alla Sorbona e “associé étranger de l’Académie des Inscriptions et Belles-Lettres” –  il mio primo Maestro, mi inculcò il valore dell’universalità e quando scrivo interrogo me, pensando agli altri. Sicuramente nelle mie poesie, col passare degli anni, vi si legge anche un iter di maturazione verso tematiche storiche, sociali, religiose, ambientali, non solo, quindi, legato a ispirazioni introspettive e intimistiche, che pure sono parte consistente della mia produzione. Il mio poetare, infine, definito da qualche critico, “neoumanistico”, spesso vissuto in prima istanza con le persone care, è un invito a vivere con gioia le cose belle, ribadendo con forza la mia citazione di Oscar Wilde, nella mia prima silloge poetica del 1998, “Solaria”: “coloro i quali trovano nelle cose belle significati belli, sono persone colte. Per questi c’è speranza”.  La bellezza, quindi, non fine a se stessa ma storicizzata, che fa stare in pace sé e gli altri, in contrapposizione dialettica al dolore, al dramma della morte. Il dolore, il dubbio, l’oppressione rimanendo comunque i veri motori dell’esistenza, forieri di creatività, di libertà, di fede, anche quella del “Deus sive Natura” di Spinoza, che aveva divinizzato l’intero Cosmo, stando all’interpretazione di Hegel.

Quanto alla mia fotografia, essa nasce fin dall’infanzia come fotografo di famiglia nei viaggi estivi, quando con un apparecchio a fuoco fisso, senza nessuna pretesa, fotografavo viaggiando con la mia famiglia; fu in quegli anni che visitando musei d’arte nelle varie capitali europee, acquisii un gusto personale, utile per inquadrare le foto, di lì anche la capacità di saper osservare i paesaggi, urbani e non, nonché le varie tipologie di persone incontrate. La mia fotografia divenne professionale in pochi anni, dopo il passaggio nel 1981 alla reflex e alle diapositive, con risultati più che soddisfacenti, soprattutto quando iniziai a fotografare con l’ottica Zeiss, grazie ai suggerimenti di Pepi Merisio, con cui ebbe la fortuna di lavorare per un breve periodo, negli anni 1994-1995. Questo percorso analogico si concluse nel 2009, l’anno in cui fui costretto al digitale, in primo luogo, perché i laboratori fotografici, per il crollo della domanda, non rinnovavano più con frequenza gli acidi per lo sviluppo delle diapositive, con risultati a dir poco disastrosi, in secondo luogo perché diventava sempre più difficile reperire le pellicole, essendosi ridotta la loro produzione a livello mondiale.

La mia fotografia, poi, è stata innanzitutto basata sullo studio impressionistico della luce: per qualche critico, una metafisica della luce finalizzata alla ricerca di una natura primordiale nei suoi elementi fluttuanti, in un incessante pànta rheî, quindi uno studio sui quattro elementi, basata sulla lettura dei Greci, partendo dai frammenti di Empedocle, che mi portava a fotografare nuvole, tramonti rossi, onde marine, rocce, albe sul Vesuvio, secondo un criterio che avrebbe portato al superamento del momento prettamente emotivo che le aveva volute. L’acqua, elemento primigenio, la terra in continua trasformazione, il fuoco indomito che stordisce, abbaglia, che dà luce alla scena e calore alla nostra esistenza, alla nostra fantasia, quindi anche un rapporto cromatico-emozionale tra elementi che interagiscono tra loro: Fuoco-Sole-Luce-Energia-Calore-Colore-Nuvole-Acqua- Vento-Roccia. Tale ricerca, durata molti anni, confluì in parte, per quanto concerne l’elemento Acqua, in una mia mostra personale nel 2006, a Palazzo Serra di Cassano a Napoli, sede dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici, dal titolo “Il mare che non si vede”, presentata dal filosofo e poeta Eugenio Mazzarella e dall’Oceanografo Maurizio Ribera d’Alcalà. Lo studio monografico sui quattro elementi, solo per la mia incapacità di trovare degli sponsors, non si concretizzò, una ventina d’anni fa, in una mostra personale a Milano e in un volume edito sempre a Milano, la capitale italiana della fotografia. Ebbene questi, oltre ai reportages fotografici dei miei viaggi, sono i temi ricorrenti nella mia fotografia.

Quanto alla mia fotografia analogica, la diapositiva per me aveva rappresentato un prodotto finito già allo scatto, non si poteva sbagliare, e già ne conoscevo il risultato, buono non solo per il reportage, ma anche per la fotografia creativa. Anche con l’apparecchio digitale, in realtà, con opportuni accorgimenti e tarature a priori, fotografando per lo più con priorità dei diaframmi, ho ottenuto ottimi risultati, senza mai arrivare al “photoshop”, se non per regolare, quando necessario, la luminosità. Pur rimpiangendo la fotografia analogica, per una mia personale modalità di intendere la resa fotografica, la fotografia digitale, specie nel reportage e nelle precarie condizioni di luce, presenta innumerevoli vantaggi, che non sto qui a dire tanto sono noti, su tutti quello di avere a disposizione un numero quasi illimitato di scatti e, nella stessa macchina, molteplici pellicole, nonché quello di non dipendere dalla temperatura dell’ambiente circostante, nemico giurato delle diapositive. Infine la fotografia digitale, come la fotografia in b/n dei grandi Maestri, ha aperto a un tipo di arte più concettuale, surreale, rielaborata al computer, un tempo nella mitica camera oscura.

Oggi non sono ancora, a 72 anni appena compiuti, come disse Cesare Pavese a quarant’anni, “alla fine della candela”, ma vivo con molto piacere questa fase della mia esistenza, e, dopo aver superato momenti piuttosto difficili quanto alla salute, le mie giornate sono state sempre piene, anzi devo dire che non ho mai lavorato tanto in vita mia, nel senso che ho letto molto, ho fotografato molto e le mie poesie, scritte dal periodo della pandemia ad oggi, sono state permeate non di rado, da una visione più storicista e da un “pensiero forte”, da far prevalere sul cosiddetto  “pensiero debole”. Questo lascito idealista l’ho avuto dai miei studi storici, dai miei Maestri Giuseppe Galasso e Mario del Treppo e in prima istanza da mio padre, pure lui crociano. Credo di averne colto la filosofia, cioè che è fondamentale dare un indirizzo preciso al proprio lavoro, eliminando, a costo di rimetterci, ogni compromesso, ogni imposizione da qualcuno sopra di noi o peggio da noi stessi, quando ci si sente costretti a fare qualcosa che non ci piace. La mia vita è andata così: ho sempre, o quasi sempre, fatto, a scapito della mia carriera lavorativa, ciò che più desideravo, in primis viaggiare – non è un fatto negativo come sosteneva Pavese quando diceva che “viaggiare è una brutalità”, ma al contrario ti permette di vivere più volte – in secondo luogo poter fissare le mie emozioni fotografando e scrivendo, onde poter rivivere al meglio, pienamente, i lati belli della vita.

Trieste, 9 aprile 2025

Giacomo Garzya

B)

PER UNA CRONISTORIA DELLA MIA FOTOGRAFIA: DALLE DIAPOSITIVE AL DIGITALE

Tutte le mie foto analogiche, rigorosamente diapositive dal 1981, digitalizzate a partire dal 2007 per il mio sito web https://www.maree2001.it, sono state realizzate utilizzando pellicole per diapositive a colori 135-36,  in buona parte dei casi Kodak 100 e 200 ASA (Kodachrome, Ektachrome, Panther Professional). Ogni fotografo ha la sua pellicola e per me soprattutto i 100 ASA erano ideali per i miei reportage prevalentemente all’aperto, in giornate piene di luce, molto duttili e resistenti alle temperature estive, pur nell’utilizzo costante di borse termiche. Dopo quindici anni di fotografia con una compatta con messa a fuoco fissa, finalmente a trent’anni, la scoperta della Reflex,  grazie ad un regalo di nozze. Così dal 1981 iniziai a fotografare con una Praktica MTL 3 della DDR con diversi obiettivi fabbricati a Jena e con l’onnipresente Tamron (35-210mm f/ 3,5-4,2). Pochi anni dopo, nel marzo 1987,  il passaggio alla Yashica Fx-D Quartz, parente povera della Contax 139, con davvero poche differenze se non nel prezzo, ma con la possibilità di utilizzare l’ottica Zeiss (28mm f/ 2,8 Distagon T e 50mm f/1,7 Planar T). Poi dal giugno 1993, su consiglio di Pepi Merisio, sostituii il corpo macchina con una Contax 167 MT sempre con ottica Zeiss (la sua ottica), per completare nel marzo 1994 il corredo di obiettivi in mio possesso con l’85mm f/1,4 Planar T; il 135mm f/2,8 Sonnar T e il 35-70mm f/3,4 Vario-Sonnar T .

L’apparecchio 167 MT, con l’aggiunta dei nuovi obiettivi, una vera opera d’arte l’85 mm Planar, fu uno dei maggiori successi di Kyocera e fu molto prezioso per la sua precisione nella mia fotografia di reportage, incentrata sul paesaggio marino, rurale e urbano. In quei 15 anni nei miei viaggi predilessi il 35-70mm e raramente utilizzai il 28 mm, da me così amato negli anni Ottanta. Come seconda macchina, anche se molto di rado, utilizzai dal 1997 una Yashica FX-3 super 2000.

Dal 2009 giocoforza passai al digitale. Vi fui costretto perché lo sviluppo delle diapositive, per il crollo della domanda, era diventato scadente perché non si rinnovavano più con frequenza gli acidi per il necessario processo chimico. L’ultima fase, quella dello sviluppo, come è noto, era infatti fondamentale per una diapositiva e senz’appello. In più diventava sempre più difficile acquistare rollini di diapositive Kodak, non solo in Italia. Nei miei viaggi in Austria, Belgio, Bosnia-Herzegovina, Canada, Cina, Croazia, Cuba, Danimarca, Egitto, Finlandia, Francia, Germania, Gibilterra, Giordania, Grecia, Hong Kong, Inghilterra, Irlanda, Irlanda del Nord, Italia, Malta, Marocco, Mauritius, Montenegro, Norvegia, Olanda, Romania, Turchia, Palestina, Perù, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Stati Uniti, Uzbekistan, ho praticato la fotografia utilizzando una Canon 450 D, con quattro obbiettivi : 18-55, 85, 24-105 e 70-300 mm.
Molto di rado, nel passato, ho fotografato con cellulari, tuttavia ora non potendo più utilizzare la mia reflex a mano libera, per me troppo pesante, fotografo con uno smartphone assai evoluto, che possiede un software di ultima generazione, il Samsung Galaxy S25 Ultra. Quanto alla collocazione pubblica e permanente delle mie foto, realizzai, consigliato e sollecitato da amici fotografi di professione, dopo la mia esposizione di foto analogiche “Vesuvio all’alba”, dal 19 ottobre al 19 novembre 2006  al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) e dal 12 gennaio all’11 febbraio 2007 a Roma, al Vittoriano, un mio sito web https://www.maree2001.it  “Giacomo Garzya – Le Immagini e la Poesia”, collegato con il sito internazionale flickr.com.

SUL SOFTWARE NEGLI APPARECCHI DIGITALI, 15 MARZO 2026

Giacomo Garzya: Ai cari amici, vorrei aggiungere qualcosa di più preciso a proposito di quanto ho già scritto sullo smartphone che utilizzo attualmente per motivi di salute. Non potendo più fotografare a mano libera come in passato, a causa del peso, utilizzo il Samsung Galaxy S25 Ultra (da pochi giorni è stato presentato il Galaxy S26 Ultra, dotato di un software e di un processore ancora più evoluti). Quanto vado a scrivere non vuole essere né una lezione per chi queste cose le conosce benissimo — mi riferisco ai fotografi professionisti — né per chi fotografa per passione; vuole semplicemente offrire un’informazione agli eventuali scettici tra i fotografi amatoriali. Ogni giorno, nel mondo, si scattano circa 5 miliardi di foto: un dato che testimonia i progressi continui e sempre più rapidi della tecnologia. Tutti gli apparecchi fotografici digitali, nessuno escluso, hanno un software (chiamato firmware), quindi non solo le fotocamere più moderne o full frame. Una fotocamera digitale è di fatto un piccolo computer specializzato. Il firmware serve a controllare sensore e otturatore, a gestire autofocus, a elaborare l’immagine (riduzione rumore, colore, ecc.). Senza software la fotocamera non potrebbe funzionare. Ciò vale per tutti gli apparecchi fotografici digitali, dalle compatte economiche, alle mirrorless, alle reflex, alle full frame professionali. Anche reflex più vecchie come la Canon EOS 5D Mark II o la Nikon D90 avevano firmware aggiornabili. La differenza tra modelli vecchi e nuovi non è se hanno un software, ma quanto sia avanzato: si va dai firmware più semplici a quelli molto complessi (AI autofocus, video avanzati, funzioni nuove via update). Le mirrorless recenti, da molti professionisti preferite ormai alle reflex, tipo Sony A7 IV o Canon EOS R6, ricevono spesso aggiornamenti firmware, che aggiungono nuove funzioni. Un caro saluto da chi per più di 30 anni, fino al 2009, ha fotografato con un apparecchio analogico, il cui software non era altro che il suo occhio, il suo cervello. Concludo con un breve testo che ho scritto qualche settimana fa, per mettere, prima di tutto, un punto fermo su ciò che è essere un buon fotografo professionista nella fotografia pubblicitaria (Maestro insuperato il compianto Oliviero Toscani), in quella commerciale o nei reportage. Quanto vengo a dire si basa sul nitido ricordo di una lunga conversazione che ebbi nel lontano 1995 con Pepi Merisio, durante un’escursione in auto prima in Penisola sorrentina, poi in Costiera amalfitana. Per diventare un buon fotografo professionista occorrono tecnica, marketing e affidabilità. Per un fotografo artista, invece, la tecnica da sola non basta. La differenza non la fanno nitidezza, attrezzatura, luce corretta, ecc., bensì la visione, la profondità, la capacità di dire qualcosa che non sia banale. E qui entra la cultura, cioè la Storia dell’arte, la Letteratura, la Storia, la Filosofia, il Cinema, ecc., in ultimo, la conoscenza dei grandi fotografi. Infatti gli artisti dialogano sempre con qualcosa che li precede. Un fotografo che conosce solo la fotografia produce immagini che parlano solo di fotografia. Un fotografo che si coltiva produce immagini che parlano del mondo. Poi Pepi Merisio affrontò il tema gallerie e musei. Questi, in certi circuiti (biennali, musei, gallerie), non cercano solo belle immagini. Cercano pensiero. Cercano coerenza concettuale. Cercano un autore che sappia argomentare il proprio lavoro. Un artista incapace di articolare il proprio pensiero non va molto lontano. Chiuse la lunga conversazione parlando di tre percorsi: quello del fotografo Tecnico commerciale di alto livello, dove si può guadagnare molto senza grande cultura teorica. Quello dell’Artista istintivo: dove si può emergere per talento puro, ma senza profondità culturale si rischia di fermarsi presto. Oppure quello dell’Artista consapevole, che regge nel tempo. Infine, in base a studi recenti, quanto incide realmente la Tecnica in una buona fotografia? Per il 30%. Un fotografo artista non vende immagini. Vende una visione del mondo. Giacomo Garzya Trieste, 16 marzo 2026. Cari amici, dopo le foto e i video dalla mongolfiera, il 19 febbraio a Wadi Rum, diversi conoscenti mi hanno inondato di messaggi per acquistare il mio Samsung. Altro che mongolfiera… qui vola anche la tecnologia! Ho risposto così: mi avete tutti quasi convinto che dovrei mettermi a fare il rappresentante Samsung… ma vi assicuro che non percepisco provvigioni! Visto però il vostro entusiasmo, vi svelo il “segreto”: il mio smartphone non è semplicemente un telefono, ma un vero e proprio apparecchio fotografico professionale tascabile. Parliamo di 230 grammi di tecnologia con ben 512 GB di memoria (mezzo tera, per chi non mastica informatica), capace di prestazioni sorprendenti soprattutto nel reportage, negli interni e nelle situazioni di scarsa luminosità. Il sistema fotografico è composto da: sensore principale da 200 MP con resa straordinaria dei dettagli, ultra-grandangolare da 50 MP perfetto per paesaggi e architetture, teleobiettivo con zoom ottico 3x, tele periscopico da 50 MP con zoom ottico 5x (e digitale fino a 100x), video fino a 8K e 4K ad alta fluidità La grande qualità, unita all’elaborazione intelligente delle immagini, permette risultati che fino a pochi anni fa richiedevano reflex, obiettivi e zaini interi di attrezzatura. Insomma, più che un telefono è uno studio fotografico in tasca. Se poi decidete di acquistarlo, mi limiterò a chiedere una percentuale simbolica… in forma di invito a cena! Ora, invece che a Trieste sono a Firenze coi miei, in vacanza qui fino a domenica. Che meraviglia Fiesole! Tra l’altro dalla bella Treviso, dove sono atterrato ieri, partito da Amman, a Fiesole il salto è breve ma il panorama cambia parecchio… e capisco benissimo l’effetto “wow” delle foto dalla mongolfiera! A gentile richiesta, ecco più in dettaglio i dati tecnici delle fotocamere del Samsung Galaxy S25 Ultra — il “mostriciattolo” da 230 grammi e 512 GB che fa concorrenza alle reflex e fra poco le manderà in soffitta. Comparto fotografico: Fotocamera principale (wide) 200 MP Sensore di grandi dimensioni Apertura luminosa (circa f/1.7) Stabilizzazione ottica (OIS) Pixel binning per scatti da 12 MP o 50 MP con maggiore luminosità Ottime prestazioni in notturna e in interni Ultra-grandangolare 50 MP Campo visivo molto ampio (circa 120°) Ideale per paesaggi, architettura, interni Autofocus per macro di alta qualità Teleobiettivo 1 (zoom ottico 3x) 10 MP Zoom ottico 3x Stabilizzazione ottica Perfetto per ritratti naturali Teleobiettivo 2 (periscopico) 50 MP Zoom ottico 5x Zoom digitale/spaziale fino a 100x Stabilizzazione avanzata Straordinario per reportage e soggetti lontani Video Registrazione fino a 8K 4K fino a 120 fps HDR avanzato Modalità Pro Video Ottima gestione della scarsa illuminazione Perché molti professionisti già da tempo lo usano? Gamma dinamica molto ampia. Elaborazione AI avanzata. Prestazioni eccellenti in low light. File ad alta risoluzione lavorabili in post-produzione. Peso ridottissimo rispetto a una reflex/mirrorless In pratica: uno studio fotografico tascabile da mezzo tera. Ancora più in dettaglio i dati tecnici delle fotocamere dello smartphone Samsung Galaxy S25 Ultra (uno dei top di gamma Samsung per foto e video): Samsung Global Newsroom +2 Fotocamere posteriori (quadrupla): Fotocamera principale (Wide): • 200 MP con apertura f/1.7 • Sensore grande ~1/1.3″ • OIS (stabilizzazione ottica immagine) • Lunghezza focale equivalente ~24 mm • Supporto per video fino a 8K @ 30 fps e 4K @ 60 fps Samsung Global Newsroom +1 Ultra-grandangolare: • 50 MP con apertura f/1.9 • Campo visivo ampio ≈120° • Ideale per paesaggi e foto ampie Samsung Global Newsroom +1 Teleobiettivo 1 (Zoom ottico 5×): • 50 MP con apertura f/3.4 • Stabilizzazione OIS • Focale equivalente circa 111 mm TechRadar Teleobiettivo 2 (Zoom ottico 3×): • 10 MP con apertura f/2.4 • OIS • Focale equivalente circa 67 mm TechRadar Fotocamera frontale (selfie): 12 MP, apertura f/2.2 Angolo di visione ~80° Buona per selfie e videochiamate in 4K @ 30 fps Samsung Global Newsroom Caratteristiche aggiuntive delle fotocamere Stabilizzazione ottica (OIS) su tutte le lenti principali e teleobiettivi. PiùCellulare Pixel binning per scatti in bassa luce e foto da 12 MP più pulite. TechRadar Registrazione video HDR e 10-bit, modalità Pro, LOG e ProRAW su alcune app compatibili (per editing avanzato). indtechworld.com Zoom combinato digitale fino a livelli molto elevati sfruttando sensori e AI. TechRadar In sintesi: il Galaxy S25 Ultra ha un comparto foto molto versatile, con un sensore principale ad altissima risoluzione, doppio teleobiettivo per zoom ottico variabile, e un sensore ultra-grandangolare aggiornato ad alta risoluzione. 

C)

BLOG.DANTEBUS.COM: INTERVISTE D’AUTORE – GIACOMO GARZYA

“Il riverbero delle parole” e “Le vie dell’immagine” sono le sue ultime fatiche artistiche. La prima è una silloge poetica mentre il secondo è un libro fotografico, lei stesso infatti si definisce “poeta e fotografo”. Quando è avvenuto il primo incontro con queste due arti? C’è una tra le due che considera più indispensabile nella sua vita? Se sì, quale?

Il primo approccio alla fotografia risale alla mia infanzia, quando con un apparecchio a fuoco fisso, senza nessuna pretesa, fotografavo viaggiando con la mia famiglia; fu in quegli anni che visitando musei d’arte nelle varie capitali europee, acquisii un gusto personale, utile per inquadrare le foto. Nel 1981 avvenne il mio passaggio alla reflex e alle diapositive, con risultati più che soddisfacenti, anche per la qualità della mia macchina professionale CONTAX e per gli obiettivi ZEISS. Questo percorso analogico si conclude nel 2009, l’anno in cui fui costretto al digitale. La poesia pure nasce presto, in parallelo alla lettura intensiva dei classici, ma si interrompe intorno ai vent’anni, prevalendo l’interesse verso i miei studi storici, per riprendere dal 1993 fino a oggi. La capacità di osservazione come fotografo dei paesaggi, urbani e non, nonché delle persone incontrate, ha avuto molta influenza nell’elaborazione della mia poesia, al di là dei già importanti e imprescindibili elementi culturali e interiori e, a detta della critica, sia fotografia che poesia sono sempre andate avanti di pari passo, interconnettendosi, fino all’ultimo quinquennio quando ha prevalso nettamente la poesia. La mia fotografia, è quindi complementare alla mia poesia, in cui si riversano la mia esperienza di vita, la mia inquietudine, la profondità degli affetti, il lutto, or sono quindici anni, per la perdita precoce, tragica, della mia adorata figlia Fanny.

Quale tra le poesie contenute ne “Il riverbero delle parole” sente più cara o rispecchia maggiormente il suo Io poetico e perché?

Sento tutte le mie poesie come mie creature, mie figlie, ogni silloge (sedici dal 1998 a oggi) rappresenta le varie fasi della mia vita, a tutte sono egualmente legato, anche perché in trent’anni di produzione poetica, esprimo un diario innanzitutto dell’anima. Le radici, i luoghi, la natura, gli affetti entrano nel mio percorso poetico, ma su tutto, il vento, che domina il nostro vivere, come il mare. Credo che la sostanza del mio fare sia un invito a vivere con gioia le cose belle, in contrapposizione dialettica al dolore, al dramma della morte, che comunque sono il vero motore dell’esistenza e che inducono alla creatività e alla libertà. Sicuramente nelle mie poesie vi si legge un iter di maturazione anche verso tematiche storiche, sociali, religiose, ambientali, non solo, quindi, legato a ispirazioni introspettive e intimistiche, pur sempre universali. Ne “Il riverbero delle parole, l’ultima poesia “Per i miei settanta…” è un bilancio esistenziale e rappresenta il mio attuale pensiero, il mio Io poetico.

Quali sono i suoi punti di riferimento letterari? Quali autori l’hanno più influenzata a livello stilistico e perché?

In primo luogo i Poemi omerici, quindi i Lirici greci, Catullo, Orazio per arrivare a Foscolo, Garcìa Lorca e Ungaretti. Anche, per la prosa, sempre a livello stilistico, Malaparte, Hemingway e de Saint-Exupéry. Il perché è legato proprio ai molteplici riverberi emotivi che questi classici universali mi hanno suscitato fin da ragazzo.

“Le vie dell’immagine” è un mix di fotografie analogiche e digitali. Crede che l’avvento del digitale abbia portato solo miglioramenti alla fotografia oppure rimpiange la tecnica analogica?

Come ho detto, a proposito della prima domanda, fui condizionato a passare al digitale nel 2009: costretto perché il miglior laboratorio della mia città, a cui mi ero quasi sempre rivolto per lo sviluppo delle diapositive, per il crollo della domanda, non rinnovava più con frequenza gli acidi per il necessario processo chimico, con risultati a dir poco disastrosi. L’ultima fase, quella dello sviluppo, come è noto, è infatti fondamentale per una diapositiva e senz’appello. In più diventava sempre più difficile acquistare rollini di diapositive Kodak, la pellicola professionale che quasi sempre avevo usato. La diapositiva per me rappresentava un prodotto finito già allo scatto, non si poteva sbagliare, e già ne conoscevo il risultato, buono non solo per il reportage, ma soprattutto per la fotografia creativa. Con l’apparecchio digitale, fin dall’inizio, con opportuni accorgimenti e tarature a priori, fotografando per lo più con priorità dei diaframmi, ho ottenuto ottimi risultati, senza mai arrivare al “photoshop”, se non per regolare, quando necessario, la luminosità. Pur rimpiangendo la fotografia analogica, per una mia personale modalità di intendere la resa fotografica, basata sullo studio impressionistico della luce, finalizzata anche alla mia ricerca sui quattro elementi, il digitale, specie nel reportage e nelle precarie condizioni di luce, presenta innumerevoli vantaggi, che non sto qui a dire tanto sono noti, su tutti quello di avere a disposizione un numero incredibile di scatti, pur fotografando io sempre in formato RAW, e nella stessa macchina molteplici pellicole, nonché quello di non dipendere dalla temperatura dell’ambiente circostante, nemico giurato delle diapositive: l’eccessivo freddo e il troppo caldo, tanto da essere sempre costretti alla borsa termica. Infine la fotografia digitale ha aperto da più di un decennio a quella concettuale, surreale, rielaborata a tavolino, per esempio quella del grande fotografo francese Michel Kirch, arte questa che dà risultati eccellenti, ma che non ha più niente a che fare col mio modo di intendere la fotografia, sempre soggettiva, ma al confronto, senz’altro più realistica.

Giacomo Garzya (Intervista inserita in blog.dantebus.com il 6 marzo 2023)

D)

GIACOMO GARZYA – IMMAGINI E PAROLE: DUE PERCORSI PARALLELI

Avendo voluto fare un bilancio della mia vita a 70 anni, come fotografo, ho pensato di pubblicare, una retrospettiva, da completare in un prossimo futuro, un’estrema sintesi dei miei reportage di più di trent’anni, a partire dalla fine degli anni Ottanta, in due volumi con più di 360 foto. Il primo “Le vie dell’immagine”, dal carattere più generale, il secondo, di cui si parla ora, invece, monotematico “Frammenti di Mediterraneo”, tale da rappresentare il mio concetto di Mediterraneo, il mare di Fernand Braudel, così importante nella mia ispirazione poetica, a partire dal mio primo libro di poesie “Solaria” del 1998. Ma è proprio questo mio primo libro a far riemergere una vocazione giovanile, quella di esprimermi attraverso la voce della poesia, e i luoghi da me visitati, quelli amati e più volte rivisitati, da immagini si trasformarono in parole, quindi l’uso di due linguaggi, due percorsi paralleli. Va subito detto che in “Frammenti di Mediterraneo”, i luoghi nelle foto sono innanzitutto emozioni, le foto rappresentando, spesso con le poesie scritte lì seduta stante, un diario dell’anima, esprimendosi così insieme, con due codici diversi, gli aspetti emozionali del momento, che variano col mutare della luce, dei colori, dei grigi della nostra vita. Il tutto fa parte di un viaggio, metafora della vita, dove vi è una ricerca del bello, il ritorno alle radici, un viaggio inteso non da turisti, ma da viaggiatori, alla Alain De Botton, già memore io del passato, attraverso i resoconti appassionanti dei Montaigne, Charles de Brosses, Montesquieu, Stendhal, Goethe, fino alle riflessioni letterarie, artistiche e politiche nei Reisbilder di Heinrich Heine. Fotografia e poesia, poesia e fotografia, quindi un tutt’uno inscindibile, in cui si riversano la mia esperienza, la mia inquietudine esistenziale, gli affetti per la terra di origine, la mia formazione storicista, le letture dei Poeti greci e del Kavafis di “Itaca”. L’immediatezza, poi, con cui ho scritto molte poesie è simile allo scatto subitaneo di certe foto, per non perdere il bello in quell’attimo, che si para dinanzi e che può svanire in qualche minuto secondo. Ne “I frammenti di Mediterraneo” non tralascio la quintessenza della nostra civiltà, il mare, esso traspare ovunque, è l’ anima in tante foto, come la macchia mediterranea o le colonne dei templi greci. Infine, la mia fotografia vuole essere anche una ricerca del bello inteso alla Oscar Wilde, una risposta quindi al mondo in cui viviamo, dove certi valori si vanno dimenticando, oggi il regno del Kitsch, del cattivo gusto studiato da Gillo Dorfles o del Trash più volgare. Sul piano stilistico e artistico, un debito l’ho, in particolare, col Mimmo Jodice del Mediterraneo.

Sul mio percorso fotografico (foto di paesaggi marini, urbani e rurali), sul passaggio al digitale, ecc., leggere l’intervista fattami dalla Dantebus il 6 marzo 2023 per il suo blog e in dettaglio in questo sito web ( “Photo gallery”).

Trieste, 25 gennaio 2024

Giacomo Garzya

(Articolo che ho scritto per il blog.dantebus.com sul mio libro “Frammenti di Mediterraneo”, https:///blog.dantebus.com/2024/01/immagini-e-parole-due-percorsi-paralleli-giacomo-garzya-parla-del-suo-frammenti-di-mediterraneo/ ) 

E)

GIACOMO GARZYA, INTERVISTA DEL 3 OTTOBRE 2024 PER ALETTI EDITORE

Partiamo proprio dal titolo, come mai “È la vita”? Quali sono gli argomenti ricorrenti, o per lei fondamentali, che tratta in questo volume?

Il titolo vuole innanzitutto significare che l’esistenza è un dono, già la vita di per sé è un gran privilegio, non va assolutamente sprecata, va vissuta pienamente e dà la possibilità di vivere attimo per attimo il presente, di guardare con speranza al futuro, ma anche di poter ripercorrere i momenti belli della vita, di rivivere le gioie vissute nel passato. Si sa che, spesso, i ricordi che resistono più a lungo, siano proprio quelli belli, laddove per autodifesa, per sopravvivere alle tragedie personali e non,  che si incontrano nella vita, si tende a rimuovere quelli brutti.

Vi è da dire, poi, che il corso della vita di ciascuno di noi, è vero che possa essere determinato almeno in parte dalla propria volontà, ma è anche vero che esiste l’imponderabile, ovvero quando entra in gioco il destino:  è questo a determinare, alla fine, la vita di ciascuno di noi, nel bene o nel male. Di qui l’imprescindibile  necessità di accettarlo, confidando nella Provvidenza , ma soprattutto senza avere una visione prettamente fatalistica, che ci impedisca di esser “faber”, costruttori della nostra vita, dei nostri ideali, per arrivare in qualche modo anche a una certa verità, per conoscere prima noi attraverso ciò che facciamo, poi l’altro da noi, secondo l’intuizione vichiana del Verum ipsum Factum.

 

Quanto la realtà ha inciso nella scrittura?

 

Ha avuto importanza, vista la mia formazione di storico, in quanto la ricerca storica si basa sui fatti, sui documenti del passato, ma di quale realtà si tratta, oggettiva o soggettiva? Si parte, infatti, da ciò che si vede, da ciò che si sente e si sa anche, almeno credo sia così, che l’universo di fatto non esista senza noi uomini, che osserviamo la natura intorno, sentiamo e pensiamo, e si arriva alla conclusione  che la realtà oggettiva non sia un elemento assoluto, può essere apparenza, addirittura un sogno, quindi relativa. Ne ho la convinzione anche come fotografo, certo, come per tanti esponenti della fotografia post-positivista,  che l’inquadratura in una foto sia inconfutabilmente soggettiva, frutto di personale interpretazione di ciò che si osserva: una realtà soggettiva quindi, diversa da quella di un altro a me vicino, a guardare la medesima cosa.

La scrittura come valore testimoniale, cosa ha voluto salvare e custodire dall’oblio del tempo con questo suo libro?

La mia poesia, fin dall’inizio, ha voluto essere un antidoto contro l’oblio del tempo, preservando i valori universali della nostra civiltà, tenendo sempre vivi gli affetti, che ci consentono di sopravvivere in un mondo spesso ostile, non sempre o non proprio amico. Credo sia un comune errore pensare che, col passare del tempo, vi sia un’evoluzione del bene nella natura umana, anzi la violenza – è un esempio –  sembra aumentare con i sempre più rapidi progressi della tecnologia negli armamenti, quindi, gli affetti, anche quelli per sempre perduti, devono poter vivere e rivivere in noi, per farci resistere in questi tempi di grave crisi, di passaggio epocale, nella solitudine esistenziale dell’uomo moderno, nella società di massa e dei consumi. Altra cosa è la solitudine volutamente cercata.

A conclusione di questa esperienza formativa che ha partorito “È la vita” se dovesse isolare degli episodi che ricorda con particolare favore come li descriverebbe?

Più che episodi da isolare, in questa silloge, come nelle precedenti, è il mio intero vissuto ad essere presente, come il mio “Io lirico”. La mia poetica, tuttavia, non è solo un diario dell’anima, vuole sì scandagliare me stesso, ma per andare oltre, arrivando a vivere anche le emozioni degli altri.

Quali sono le sue fonti di ispirazione: altri autori che ritiene fondamentali nella sua formazione culturale e sentimentale?

Su tante letture dei classici, in particolare nella mia poesia vi è l’influenza soprattutto dei Poemi omerici, dei Lirici greci, Saffo su tutti, quindi Catullo, Orazio, Foscolo, Kavàfis, Garcìa Lorca, Ungaretti, Quasimodo. A livello stilistico, nella mia prosa, hanno avuto grande influenza soprattutto  Curzio Malaparte, Hemingway, de Saint-Exupéry e Oriana Fallaci.

Ci sono altre discipline artistiche, o artisti, che hanno in qualche modo influenzato la sua

scrittura?

Avendo avuto la fortuna di viaggiare tanto, fin dall’età di sei anni, ho provato nei musei delle grandi capitali europee e non, grande interesse soprattutto per la pittura, da scrivere talora poesie, spesso in presa diretta, sulle opere di grandi Maestri del passato che mi hanno particolarmente ispirato, come su quelle di tanti amici artisti conosciuti nella mia vita.

Oltre a quello trattato nel suo libro, quali altri generi letterari predilige?

 

Amo in primis la letteratura che affronta tematiche esistenziali, in particolare Dostoevskij, quindi quella che tratta dei viaggi.

Preferisce il libro tradizionale cartaceo o quello digitale?

 

Sicuramente, dall’alto dei miei 71 anni, preferisco il libro cartaceo, è un vizio molto gradevole della mia generazione.

Per terminare, qual è stato il suo rapporto con la scrittura, durante la composizione del libro

In generale, trovo l’espressione scritta un’esperienza fondamentale per tutti, “Scripta manent, verba volant”. Vivo in simbiosi con la scrittura, tutte le poesie che scrivo sono come mie figlie, in tutto e per tutto, una ragione importante della mia esistenza, al di là della loro pubblicazione.

Un motivo per cui lei comprerebbe “È la vita” se non lo avesse scritto

Innanzitutto per la curiosità di capire cosa ci sia dietro il titolo.

Ha in progetto altre opere da scrivere nel prossimo futuro? In caso affermativo, può darcene una anticipazione?

Scrivo da oltre trent’anni poesie, per cui non mi fermo, fa parte della mia vita esprimermi in questo modo, al di là dei miei libri fotografici pur essi per me importanti, un diverso codice linguistico ma sicuramente complementare alla mia poesia, soprattutto nei paesaggi. Nel 2025 si prevede l’uscita di un mio libro ad Atene, si tratta di una sessantina di mie poesie già edite, legate in gran parte a una quindicina di viaggi in Grecia, tradotte in greco moderno, per ricordare quel grecista che fu mio padre Antonio, e per dare al pubblico greco il mio contributo d’amore per l’Ellade.

Trieste, 3 ottobre 2024

Giacomo Garzya

F)

GIACOMO GARZYA LESSE IL 4 FEBBRAIO 2025 NELLA CATTEDRALE DI SAN GIUSTO A TRIESTE, IN OCCASIONE DEL GIUBILEO DEGLI ARTISTI, UNA SUA RIFLESSIONE A COMMENTO DI UNA SUA FOTO, ESPOSTA ALLA CAMERA DI COMMERCIO DI TRIESTE IN PIAZZA DELLA BORSA DAL 7 AL 21 NOVEMBRE 2024. IL TITOLO CHE DIEDE ALLA FOTO DA LUI SCATTATA ALL’ISOLA DI COMINO POCHI GIORNI PRIMA, IL 24 OTTOBRE, FU “LA LUCE DELLA SPERANZA”.

Ecco il testo che lessi il 4 febbraio 2025 nella Cattedrale di San Giusto, in occasione del Giubileo degli Artisti: “La bellezza via di speranza”

“La luce della speranza”

La mia fotografia, intitolata “La luce della speranza”, mette in evidenza, sopra l’orizzonte, una fascia di luce che vuole simboleggiare la speranza di non essere soli in questo tempestoso universo infinito, ma tra le braccia di Dio. Questa è la mia interpretazione del Giubileo 2025, inaugurato da Papa Francesco con l’apertura della Porta Santa in San Pietro il 24 dicembre 2024. Credo, per la mia esperienza, che non vi sia artista che non abbia sublimato con la luce la spiritualità che viene dal Divino, dal Sacro, portando con sé anche l’idea della speranza verso un mondo migliore, in linea con l’insegnamento del Vecchio e del Nuovo Testamento e perché no, per i laici, con l’equivalente etica kantiana, alla base del Diritto negli stati moderni, e di chiara derivazione cristiana. Quanto alla luce, come sorgente di spiritualità, si pensi, per citare solo un esempio, al tormentato Caravaggio, la cui luce, appunto, fionda nel buio sulla scena delle sue rappresentazioni sacre e non solo, per celebrare la Pietas cristiana nel dramma della storia, nel dramma presente nell’esistenza di ciascuno di noi, ma anche le tre Virtù teologali. A maggior prova di ciò che dico, occorre vedere, tra tutte le sue opere, il famoso rivoluzionario quadro napoletano sulle Opere della Misericordia. In questo Giubileo, in particolare, è la Virtù teologale della “Speranza”, mai avulsa dalla Redenzione e dalla Salvezza, ad essere il tema centrale voluto da Papa Francesco e questo sarà un motivo in più, proprio perché universale, a spingerci a riflettere sulla miseria umana che porta a vivere, sempre di più nella società di oggi, alquanto scristianizzata, lontani da Dio, violando con tanto odio le Leggi naturali, morali e religiose, con guerre continue, con tanto diffuso sangue, dappertutto sulla Terra.

Giacomo Garzya

G)

 

GIACOMO GARZYA, VIAGGIO POETICO TRA LUOGHI E STORIA. NOTA DELL’AUTORE

Innanzitutto la spiegazione del titolo di questa Antologia, una scelta di poesie, all’incirca la sesta parte della mia produzione poetica, è nella mirabile prefazione dello storico Luigi Mascilli Migliorini al mio libro “Poesie” (1998-2010), da lui stesso ribadita nella presentazione a Napoli, nel maggio 2011, all’Istituto italiano per gli Studi filosofici. Un’antologia che non è solo un diario, un romanzo interiore e un’autobiografia alla maniera del Canzoniere di Umberto Saba, come sono da considerare le mie diciotto raccolte di poesie pubblicate tra il 1998 e il 2024, ma una “geografia dell’anima”, in cui la realtà si fa storia, in cui tutto ciò che esiste è storia nel suo continuo divenire, secondo lo storicismo crociano, di cui sono debitore fin da quando entrai come borsista all’Istituto italiano per gli Studi Storici a Palazzo Filomarino. Nella prefazione, Luigi Mascilli Migliorini afferma che le mie poesie sono “geografie dell’anima… quasi come se un gigantesco atlante dei sentimenti si distendesse per intero davanti ai nostri occhi e noi fossimo chiamati a fissare su di esso le nostre personalissime bandierine… cogliendo punti comuni di navigazione e di sosta, ma anche dissonanze inattese di orientamento e di approdi. I luoghi – lo ha osservato già gran parte della critica – giocano, infatti, un ruolo fondamentale nella poesia di Giacomo Garzya. A cominciare dalla ripetuta e mutevole Grecia… dove la geografia si fa storia e i luoghi diventano memoria”. E, infine, considerando i miei studi e le mie pubblicazioni nell’ambito della storia sociale e religiosa nell’età della Controriforma, aggiunge: “e da storico, il Tempo e il congedo da esso… si piegano insieme al mutamento, giacché illusoria è anche per il poeta la speranza che il Tempo possa davvero arrestarsi”. Importanti anche le osservazioni della critica, poetessa e viaggiatrice, Lucia Guidorizzi nella sua recensione al mio libro “Delos”, edito nel 2020 (in “Cartesensibili”, 24 dicembre 2022): “della vasta e articolata produzione artistica di Giacomo Garzya, poeta completo nello sguardo e per complessità culturale ed esistenziale, mi ha colpito… l’affascinante pluralità di temi e tonalità emotive, di sguardi e paesaggi”, … dove “appare evidente la raffinata formazione culturale, unita all’esperienza di molteplici viaggi compiuti in terre lontane e vicine, ma anche attraverso il tempo e dentro se stesso, cifre che contraddistinguono la sua poetica, imprimendovi un’aura inconfondibile che gli deriva da una profonda sensibilità, acuita dalla forza alchemica operante del dolore che trasmuta e trasfigura ogni esperienza terrena… L’autore interroga il mistero dell’esistenza e pur narrando il suo percorso individuale, questo assume anche una valenza universale poiché, come egli stesso afferma, ‘Interrogo me, pensando agli altri’ . Ogni luogo così diviene microcosmo e si configura quale centro spirituale in cui assenze e presenze s’integrano… Sono innumerevoli le città e i luoghi attraversati dall’immaginario poetico di Giacomo Garzya, come l’isola di Procida, frequentata fin dall’infanzia, la stessa in cui Elsa Morante ambientò “L’isola di Arturo” e Trieste, sua città d’adozione, con la sua anima cosmopolita, il suo Molo Audace e Piazza dell’Unità, nelle cui strade aleggiano le presenze letterarie di James Joyce, Italo Svevo, ‘Ernesto’ Saba”.

Devo aggiungere che anche in questa Antologia, il mare, il Mediterraneo, rivestono (come nella mia fotografia) un ruolo centrale e si tratta del mare di Fernand Braudel, così importante nella mia ispirazione poetica, a partire già dal mio primo libro di poesie “Solaria” del 1998, in cui riemerse una vocazione giovanile, quella di esprimermi con la voce della poesia e i luoghi da me visitati, quelli amati e più volte rivisitati, da immagini si trasformavano in parole, luoghi sempre diversi a seconda degli aspetti emozionali del momento, che variano col mutare della luce, dei colori, dei grigi della nostra vita. Il tutto fa parte di un viaggio, metafora della vita, dove vi è una ricerca del bello non fine a se stesso, il ritorno alle radici, un viaggio inteso da viaggiatore, alla Alain De Botton, già memore io del passato, attraverso i resoconti appassionanti dei Montaigne, Charles de Brosses, Montesquieu, Stendhal, Goethe, fino alle riflessioni letterarie, artistiche e politiche nei Reisbilder di Heinrich Heine. Fotografia e poesia, poesia e fotografia, quindi un tutt’uno inscindibile, in cui si riversano la mia esperienza, la mia inquietudine esistenziale, gli affetti per la terra di origine, le letture dei Poeti greci e del Kavafis di “Itaca” e, in tutte e due le forme espressive, la capacità di saper cogliere l’attimo, credo sia, senza presunzione, un mio tratto distintivo. Un gran debito di gratitudine, infine, l’ho contratto con Mary Barbara Tolusso, che su “Il Piccolo” del 6 febbraio 2025, coglie appieno la mia dualità: “lo sguardo esteriore dell’immagine e quello interiore dell’anima… A guardare le fotografie, infatti, ci investe una dimensione lirica, poetica appunto. Così a leggere i suoi testi, per prima cosa si evoca un panorama, la descrizione di un tramonto, di una città, del mare. E soprattutto delle persone”. “Memoria storica, memoria esistenziale quella di Giacomo Garzya: la giovinezza, l’amore, la distanza, la perdita”.

Trieste, 11 marzo 2025

Giacomo Garzya

H)

GIACOMO GARZYA: BREVE TESTO SULLA MIA FOTOGRAFIA, DA ME LETTO ALL’INIZIO DELLA PRESENTAZIONE, A CURA DI GUIDO COMIS, DEL MIO ULTIMO LIBRO FOTOGRAFICO “FERMO IMMAGINE A NORD EST”, TRIESTE 2024. COLGO L’OCCASIONE PER RINGRAZIARE SENTITAMENTE IL DOTT. COMIS DIRETTORE DELL’ERPAC FVG (Ente Regionale per il Patrimonio Culturale del Friuli Venezia Giulia), CHE HA RESO POSSIBILE IL MOLTO BEN RIUSCITO EVENTO NELLA SPLENDIDA CORNICE DEL MAGAZZINO DELLE IDEE, CHE CONTEMPORANEAMENTE OSPITA LA MOSTRA “FOTOGRAFIA WULZ. TRIESTE, LA FAMIGLIA, L’ATELIER”. TRIESTE, 9 APRILE 2025.

Chi mi ha ben definito ultimamente è stata Mary Barbara Tolusso, su “Il Piccolo” del 6 febbraio 2025, quando, cogliendo appieno la dualità che è in me, quella del poeta anche fotografo, scrive: “lo sguardo esteriore dell’immagine e quello interiore dell’anima… A guardare le fotografie, infatti, ci investe una dimensione lirica, poetica appunto. Così a leggere i suoi testi, per prima cosa si evoca un panorama, la descrizione di un tramonto, di una città, del mare. E soprattutto delle persone“. “Memoria storica, memoria esistenziale quella di Giacomo Garzya: la giovinezza, l’amore, la distanza, la perdita“.

Quanto alla mia fotografia, essa nasce fin dall’infanzia come fotografo di famiglia nei viaggi estivi, quando con un apparecchio a fuoco fisso, senza nessuna pretesa, fotografavo viaggiando con la mia famiglia; fu in quegli anni che visitando musei d’arte nelle varie capitali europee, acquisii un gusto personale, utile per inquadrare le foto, di lì anche la capacità di saper osservare i paesaggi, urbani e non, nonché le varie tipologie di persone incontrate. La mia fotografia divenne professionale in pochi anni, dopo il passaggio nel 1981 alla reflex e alle diapositive, con risultati più che soddisfacenti, soprattutto quando iniziai a fotografare con l’ottica Zeiss, grazie ai suggerimenti di Pepi Merisio, con cui ebbe la fortuna di lavorare per un breve periodo, negli anni 1994-1995. Questo percorso analogico si concluse nel 2009, l’anno in cui fui costretto al digitale, in primo luogo, perché i laboratori fotografici, per il crollo della domanda, non rinnovavano più con frequenza gli acidi per lo sviluppo delle diapositive, con risultati a dir poco disastrosi, in secondo luogo perché diventava sempre più difficile reperire le pellicole, essendosi ridotta la loro produzione a livello mondiale.

La mia fotografia, poi, è stata innanzitutto basata sullo studio impressionistico della luce: per qualche critico, una metafisica della luce finalizzata alla ricerca di una natura primordiale nei suoi elementi fluttuanti, in un incessante pànta rheî, quindi uno studio sui quattro elementi, basata sulla lettura dei Greci, partendo dai frammenti di Empedocle, che mi portava a fotografare nuvole, tramonti rossi, onde marine, rocce, albe sul Vesuvio, secondo un criterio che avrebbe portato al superamento del momento prettamente emotivo che le aveva volute. L’acqua, elemento primigenio, la terra in continua trasformazione, il fuoco indomito che stordisce, abbaglia, che dà luce alla scena e calore alla nostra esistenza, alla nostra fantasia, quindi anche un rapporto cromatico-emozionale tra elementi che interagiscono tra loro: Fuoco-Sole-Luce-Energia-Calore-Colore-Nuvole-Acqua- Vento-Roccia. Tale ricerca, durata molti anni, confluì in parte, per quanto concerne l’elemento Acqua, in una mia mostra personale nel 2006, a Palazzo Serra di Cassano a Napoli, sede dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici, dal titolo “Il mare che non si vede”, presentata dal filosofo e poeta Eugenio Mazzarella e dall’Oceanografo Maurizio Ribera d’Alcalà. Lo studio monografico sui quattro elementi, solo per la mia incapacità di trovare degli sponsors, non si concretizzò, una ventina d’anni fa, in una mostra personale a Milano e in un volume edito sempre a Milano, la capitale italiana della fotografia. Ebbene questi, oltre ai reportages fotografici dei miei viaggi, sono i temi ricorrenti nella mia fotografia.

Quanto alla mia fotografia analogica, la diapositiva per me aveva rappresentato un prodotto finito già allo scatto, non si poteva sbagliare, e già ne conoscevo il risultato, buono non solo per il reportage, ma anche per la fotografia creativa. Anche con l’apparecchio digitale, in realtà, con opportuni accorgimenti e tarature a priori, fotografando per lo più con priorità dei diaframmi, ho ottenuto ottimi risultati, senza mai arrivare al “photoshop”, se non per regolare, quando necessario, la luminosità. Pur rimpiangendo la fotografia analogica, per una mia personale modalità di intendere la resa fotografica, la fotografia digitale, specie nel reportage e nelle precarie condizioni di luce, presenta innumerevoli vantaggi, che non sto qui a dire tanto sono noti, su tutti quello di avere a disposizione un numero quasi illimitato di scatti e, nella stessa macchina, molteplici pellicole, nonché quello di non dipendere dalla temperatura dell’ambiente circostante, nemico giurato delle diapositive. Infine la fotografia digitale, come la fotografia in b/n dei grandi Maestri, ha aperto a un tipo di arte più concettuale, surreale, rielaborata al computer, un tempo nella mitica camera oscura.

Oggi non sono ancora, a 72 anni, come disse Cesare Pavese a quarant’anni, “alla fine della candela”, ma vivo con molto piacere questa fase della mia esistenza, e, dopo aver superato momenti piuttosto difficili quanto alla salute, le mie giornate sono state sempre piene, anzi devo dire che non ho mai fotografato tanto per fissare le mie emozioni, onde poter rivivere al meglio, pienamente, i lati belli della vita.

Molto di rado, nel passato, ho fotografato con cellulari, tuttavia ora non potendo più utilizzare la mia reflex a mano libera, per me troppo pesante, fotografo con uno smartphone assai evoluto, che possiede un sensore di ultima generazione e quattro obiettivi di alta qualità, il Samsung Galaxy S25 Ultra e con una Canon Mirrorless R100.

A partire, infine, dal mio primo libro di poesie “Solaria” del 1998, in cui riemerse una vocazione giovanile, quella di esprimermi con la voce della poesia, i luoghi da me visitati, quelli amati e più volte rivisitati, da immagini si trasformavano in parole, luoghi sempre diversi a seconda degli aspetti emozionali del momento, che variano col mutare della luce, dei colori, dei grigi della nostra vita. Fotografia e poesia, poesia e fotografia, quindi un tutt’uno inscindibile, in cui si riversano la mia esperienza, la mia inquietudine esistenziale, gli affetti per la terra di origine, le letture dei Poeti greci e del Kavafis di “Itaca” e, in tutte e due le forme espressive, la capacità di saper cogliere l’attimo, credo sia, senza presunzione, un mio tratto distintivo.

Il tutto fa parte di un viaggio, metafora della vita, dove vi è una ricerca del bello non fine a se stesso, il ritorno alle radici, un viaggio inteso da viaggiatore, alla Alain De Botton, per intenderci.

Giacomo Garzya

I)

GIACOMO GARZYA, “VIAGGIO POETICO TRA LUOGHI E STORIA”, ROMA 2025, FONDAZIONE MARIO LUZI EDITORE. pp. 1-210.

La mia silloge poetica, dal titolo “Viaggio poetico tra luoghi e storia”, edita nel maggio di quest’anno dalla Fondazione Mario Luzi, è un’Antologia che raccoglie con rigore una selezione delle poesie da me scritte e pubblicate in oltre trent’anni, ripercorrendo le tappe più significative del mio percorso di poeta.
Il titolo era già in nuce nella mia sesta raccolta edita nel 2010 e presentata a Napoli alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri: “Il viaggio della vita”. Era il titolo, e lo è ora anche nello spirito di questa Antologia, una metafora che, prendendo spunto dai viaggi d’istruzione prima, poi di ricerca esistenziale dei valori primi, voleva nelle mie intenzioni delineare i confini interiori e la ragione di esistere dei valori, per me e per noi tutti, della nostra Civiltà occidentale, oggi così in crisi come modello universale, un processo di disgregazione lento ma inesorabile, che ebbe inizio dalla fine della Guerra Fredda, ma dal quale è necessario uscire per salvare la nostra identità.

La mia poetica in questa selezione vuole, quindi, essere una salvaguardia della memoria di questi nostri valori, della nostra cultura, affinché sopravvivano all’indifferenza di tanti, cercando così nel mio piccolo, di preservare la memoria dall’oblio, per non dimenticare i nostri artisti, i nostri pensatori, insomma la creatività, le idee, gli ideali. Questa Antologia, direi un progetto di una decina d’anni realizzato oggi, vuole essere un punto fermo su un tema che ha avuto sempre un posto preminente, centrale, nella mia poesia, cioè l’uomo nel suo farsi, nel suo divenire, non testimone passivo, ma mente critica, della storia, fatta di una concatenazione di eventi spesso non prevedibili, incontrollabili, come le guerre, il cambiamento climatico, la difficile convivenza di idee contrapposte. In questo mio percorso, naturalmente, è evidente il legame molto stretto tra il tempo e lo spazio, di qui l’importanza dei luoghi, dei siti della storia, di una geografia strettamente connessa con la formazione delle civiltà.
Un percorso poetico questo inusuale, poco battuto oggi rispetto al passato, prevalendo spesso nella poesia l’intimismo, le emozioni fin troppo personali, poco universali, oppure una visione molto politica, troppo legata alla cronaca, lontana dai sogni, dalla fantasia, dai miti.
La fonte prima del mio scrivere è legata, e non può essere diversamente, alla mia esperienza di vita, alla mia formazione universitaria nel campo degli studi storici e letterari, diciamo che è anche un modo di rendere permanente un cursus studiorum, iniziato con la lettura giovanile e approfondita dei classici della letteratura, nel contesto di un viaggio, per come l’ho inteso io, per come ho viaggiato senza mai sentirmi un turista, visto come una forma di conoscenza tra le più importanti e formative. Varia, inesauribile, essa richiede oltre a una curiosità verso il nuovo, il diverso, una capacità di saper vedere un’anima nei paesaggi marini, rurali, urbani, partendo dall’idea che solo interiorizzandoli non svaniranno col tempo, ma resteranno radicati nella nostra memoria.
Di qui la poesia, una parola scritta per sublimare un’emozione legata alla forza del mare, del vento, una parola che viva sempre, che non si esaurisca in una pagina, in una raccolta poetica occasionale, estemporanea, perché la scrittura è la parte più viva di chi si è educato o è stato educato a praticarla sempre.
In questa Antologia la scelta dei testi comprende poesie pubblicate tra il 1998 e il 2024. Già il titolo parla da sé e mostra come il filo conduttore – il corpo e l’anima – resti lo stesso, in continuità con le raccolte precedenti. Tuttavia esse, a differenza delle poesie di questo monografico “Viaggio poetico tra luoghi e storia”, rappresentano in modo molto più ampio, in tutto e per tutto, il mio vissuto: il quotidiano, i sentimenti, le emozioni di ogni giorno, la scrittura diventando un toccasana di fronte ai dispiaceri della vita, a un grave lutto, ma anche celebrazione degli affetti e dell’amore. Insomma, un quaderno dell’anima, un diario del quotidiano alla maniera di Saba – per citare lui, anche se non è certo l’unico – che si traduce in una forma poetica moderna, attuale, semplice, priva di retorica.

Quanto alla genesi di questa Antologia, una monografia appunto, che pone l’accento sui luoghi e la storia, devo precisare che la concezione del tempo, dello spazio, della storia nascono dallo studio e da un lavoro decennale negli archivi, al punto da diventare una forma mentis, una ragione di vita il metodo di approccio alla realtà. Di qui una formazione molto specifica, dove la scrittura aveva e ha a che fare direttamente col fluire del tempo, con i fatti storici, con l’uomo nel suo divenire.
Esiste, poi, parallela alla mia attività di poeta, la fotografia: uno stretto legame tra la parola scritta con le immagini. La fotografia nasce in me prima della scrittura ed è innanzitutto un’operazione mentale, concettuale: l’inquadratura sempre soggettiva a fermare un attimo irripetibile, gli scatti avendo un che di immediato, di istintivo, un fermo immagine per fissare un’emozione subitanea, ben consci che poi tutto è movimento, la terra come le nuvole, che tutto può mutare, è, infatti, nell’ordine delle cose che l’uomo tocchi, cambi e distrugga ciò che è bello, ancor più oggi, un’epoca la nostra dove è ancora molto diffuso il cattivo gusto nell’Arte, il kitsch, il trash, in una società del profitto, dei consumi portati al parossismo.

Quanto ai viaggi non casuali di approfondimento della nostra civiltà anche artistica, mi riferisco ai tanti musei d’arte visitati, essi mi hanno fin da bambino educato a avere familiarità con la pittura, con le immagini appunto, con l’arte, quindi l’immagine sempre un tutt’uno con la letteratura, con la storia, con la scrittura.
Poi le letture dei classici della poesia non potevano mai prescindere dalle biografie dei poeti, dalla conoscenza dei luoghi da loro rappresentati poeticamente, dal contesto insomma non solo storico ma anche geografico.
Quindi un viaggio poetico tra scrittura e fotografia, tra parole e immagini, sempre evocatrici delle emozioni, legate non solo ai sentimenti che emergono sicuramente nel quotidiano, ma ai luoghi dell’anima, visitati e rivisitati, per immergerci nella nostra storia, per comprenderla meglio, i paesaggi vissuti in presa diretta, nei colori delle diverse stagioni, nelle intemperie, non solo in astratto. Leggendo, poi, le mie poesie, in tutte si troverà un luogo e una data per fermare quel momento creativo nello spazio e nel tempo, non saprei fare diversamente, nonostante il mio primo editore mi sconsigliasse di agire in questo modo, giusto per mantenere un’aura di mistero, o semplicemente perché questo era l’uso comune in tanti poeti.

Quanto all’esposizione di me stesso, fuori di me, non ho mai avuto paura di esporre pubblicamente i miei sentimenti: nelle mie poesie sono stato sempre come un libro aperto, così dicevano anche i conoscenti, gli amici, non rinunciando a mostrare la mia vulnerabilità, le mie sofferenze esistenziali, come la mia grande gioia di vivere, l’esistenza, un dono. Ciò significa che nei meandri dell’anima, complessi per tutti, in certi labirinti, non sempre si trova una via d’uscita liberatoria e qualcosa rimane sempre nascosto dentro, a nostra tutela, inconsciamente o no, ben consapevoli che nessuno si può mettere a nudo in maniera assoluta, e per difesa, per pudore, non sempre si arriva a dismettere del tutto la maschera di pirandelliana memoria.

In conclusione non posso nascondere che il mio intento nel pubblicare le mie poesie è anche finalizzato a lasciare agli amici, qualcosa della mia interiorità, della mia visione del mondo, ma anche, oltre il reale, del mio immaginario, alla fine, una fascinazione poetica che consenta di librarsi dalle crudità dell’esistenza, noi vaganti in un viaggio, per quanto intenso possa essere, breve, troppo breve, ma sempre tutto da vivere, fino in fondo.

Giacomo Garzya

Trieste, 20 gennaio 2026

 
 

 

 
 

Foto:

1 e 4. Mia sorella Chiara ed io ci fotografammo a vicenda davanti all’Ortler ai primi di agosto 1987         

2 e 3. Cartolina inviatami da mio padre Antonio il 28 maggio 1990 dalla Riserva ornitologica di “Zwin” (Zoute/Knokke)

5 e 6. Mia moglie Paola ed io ci fotografammo a vicenda nei pressi dello Schliniger Alm l’8 agosto 1987, sesto anniversario di matrimonio

Cartolina inviatami da mio padre Antonio il 28 maggio 1990 dalla Riserva ornitologica di “Zwin” (Zoute/Knokke).

Fotografo mia moglie Paola nei pressi dello Schliniger Alm l’8 agosto 1987

Giacomo Garzya fotografato dalla sorella Chiara al Teatro Dioniso, Atene settembre 1973

A REFLECTION ON MY ACTIVITY AS A POET AND PHOTOGRAPHER

Poetry has always been an important part of my life, representing a continuous existential quest: my restlessness, history as memory, loves, places, nature, the wind and the sea that drives all things, my Mediterranean and Nordic roots, and even the mourning for the tragic passing of my daughter Fanny. Intensive reading of the classics played a key role in my early education, particularly the Homeric Poems, Sappho and the other Lyrics (in Salvatore Quasimodo’s translation), Catullus, Horace, Foscolo, Cavafy, García Lorca, Ungaretti, Dostoevsky, Hemingway, de Saint-Exupéry, Malaparte, and Fallaci. As for style, as Giuseppe Galasso noted in 2001 in the preface to my second book of poems, “Maree,” “Garzya’s verses are…light, flowing with the natural spontaneity that dictated them even when they are dense…with famous names, historical and literary topoi.” Style, in fact, has a specific weight in writing: Francesco De Sanctis said that “form is the thing,” but the indispensable use of the main rules of rhetoric—poetry is not prose—and the evocative power of words, tied to personal lexical baggage (the Greek word “Logos,” therefore, in its two meanings of word and thought, many words, many thoughts), are not enough on their own; without a creative inspiration made up of emotions, the “lyrical self,” the personal history of yesterday and today, as long as it is made universal. Therefore, form and content, according to the Leopardian lesson that defined Vincenzo Monti as “a poet of the ear and the imagination, but not of the heart.” The immediacy with which I’ve written many poems doesn’t mean spontaneous writing, but rather sedimented thoughts, which emerge when they need to, when they’re ripe. My thirty-year poetic journey, if we ignore my youth, seeks, above all, to cultivate the “lyrical self,” to be an introspection that isn’t intimate, but universal. It seeks to be autobiographical, a “novel of life,” à la Umberto Saba, a diary of the soul—not just mine, but of all souls led to think, to reflect on the meaning of their existence, as it flows between past experiences and new emotions. Finally, my poetry, from the very beginning, has also sought to be an antidote to the oblivion of time, preserving the values ​​of our civilization, always keeping alive the affections that allow us to survive in a world that is often hostile, not always, or not exactly, friendly. From an early age, my father Antonio—a polyglot (fluent in eight languages), a distinguished classical philologist and Byzantine scholar, professor of Greek literature at the Federico II University of Naples, as well as of medieval Greek at the Sorbonne and a “foreign associate of the Academy of Inscriptions and Belles-Lettres”—my first teacher, instilled in me the value of universality, and when I write, I question myself, thinking of others. Certainly, over the years, my poems also reveal a process of maturation towards historical, social, religious, and environmental themes, not only linked to introspective and intimate inspirations, which are also a significant part of my work. My poetry, finally, described by some critics as “neohumanistic,” often experienced primarily with loved ones, is an invitation to joyfully experience beautiful things, forcefully reiterating my quote from Oscar Wilde in my first collection of poems, “Solaria,” from 1998: “Those who find beautiful meanings in beautiful things are cultured people. For such there is hope.” Beauty, therefore, is not an end in itself but historicized, bringing peace to oneself and others, in dialectical opposition to pain and the drama of death. Pain, doubt, and oppression remain the true drivers of existence, harbingers of creativity, freedom, and faith—even that of Spinoza’s “Deus sive Natura,” which deified the entire Cosmos, according to Hegel’s interpretation. As for my photography, it began in childhood as a family photographer on summer trips, when, with a fixed-focus camera and no pretensions, I photographed traveling with my family; It was during those years that, visiting art museums in various European capitals, I acquired a personal taste, useful for framing photographs, and from there also the ability to observe landscapes, urban and otherwise, as well as the various types of people I encountered. My photography became professional in a few years, after switching to SLR and slide cameras in 1981, with more than satisfactory results, especially when I began photographing with Zeiss lenses, thanks to the suggestions of Pepi Merisio, with whom I was fortunate enough to work for a short time, in 1994-1995.This analog journey ended in 2009, the year I was forced to switch to digital, firstly because photographic labs, due to plummeting demand, no longer frequently renewed the acid for developing slides, with disastrous results to say the least, and secondly because film was becoming increasingly difficult to obtain, with its worldwide production having declined. My photography, then, was primarily based on the impressionistic study of light: for some critics, a metaphysics of light aimed at the search for a primordial nature in its fluctuating elements, in an incessant pànta rheî. Thus, a study of the four elements, based on the reading of the Greeks, starting with the fragments of Empedocles, which led me to photograph clouds, red sunsets, sea waves, rocks, sunrises over Vesuvius, according to a criterion that would lead to transcending the purely emotional moment that had desired them. Water, the primordial element, the ever-changing earth, the indomitable fire that stuns and dazzles, that illuminates the scene and warms our existence, our imagination—thus also a chromatic-emotional relationship between interacting elements: Fire-Sun-Light-Energy-Heat-Color-Clouds-Water-Wind-Rock. This research, which spanned many years, partially resulted, with regard to the element of Water, in a solo exhibition of mine in 2006 at Palazzo Serra di Cassano in Naples, home of the Italian Institute for Philosophical Studies, entitled “The Sea That Cannot Be Seen,” presented by philosopher and poet Eugenio Mazzarella and oceanographer Maurizio Ribera d’Alcalà. The monographic study on the four elements, due solely to my inability to find sponsors, did not materialize, some twenty years ago, in a solo exhibition in Milan and a book published in Milan, the Italian photography capital. Well, these, in addition to the photographic reportages of my travels, are recurring themes in my photography. As for my analog photography, for me, the slide was a finished product from the moment I took the shot; there was no room for error, and I already knew the result, good not only for reportage but also for creative photography. Even with digital cameras, in fact, with appropriate adjustments and prior adjustments, shooting mostly in aperture priority, I achieved excellent results, without ever resorting to Photoshop, except to adjust the brightness when necessary. Although I miss analog photography, in my personal way of understanding photographic rendering, digital photography, especially in reportage and in precarious lighting conditions, offers countless advantages, which I won’t go into here as they are well-known. Above all, the ability to have an almost unlimited number of shots and, in the same camera, multiple films, as well as the freedom from environmental temperature, the sworn enemy of slides. Finally, digital photography, like the black and white photography of the great masters, has opened the way to a more conceptual, surreal type of art, reworked on the computer, once in the legendary darkroom. Today, at just 72 years old, I’m not yet, as Cesare Pavese said at forty, “at the end of the candle,” but I’m enjoying this phase of my life very much. After overcoming some rather difficult health moments, my days have always been full. In fact, I must say I’ve never worked so hard in my life, in the sense that I’ve read a lot, I’ve photographed a lot, and my poems, written from the pandemic period to today, have often been imbued with a more historicist vision and a “strong thought,” to prevail over so-called “weak thought.” This idealistic legacy comes from my historical studies, from my teachers Giuseppe Galasso and Mario del Treppo, and primarily from my father, also a Crocean. I think I’ve grasped its philosophy, which is that it’s essential to give your work a precise direction, eliminating, even at the cost of loss, any compromise, any imposition from someone above us or, worse, from ourselves, when we feel forced to do something we don’t like. My life has been like this: I’ve always, or almost always, done, to the detriment of my career, what I most desired: first, travel—it’s not a negative thing, as Pavese claimed when he said, “traveling is brutal,” but on the contrary, it allows you to live more often—and second, being able to capture my emotions through photography and writing, so I can fully and fully relive the beautiful sides of life.

Giacomo Garzya

Trieste, April 9, 2025

A CHRONICLE OF MY PHOTOGRAPHY: FROM SLIDES TO DIGITAL All my analog photos, strictly slides since 1981, digitized starting in 2007 for my website https://www.maree2001.it, were taken using 135-36 color slide film, mostly Kodak 100 and 200 ASA

(Kodachrome, Ektachrome, Panther Professional). Every photographer has their own film, and for me, 100 ASA was ideal for my reportages, mostly outdoors on bright days. It was very flexible and resistant to summer temperatures, even with the constant use of cooler bags. After fifteen years of photography with a fixed-focus compact camera, at thirty, I finally discovered the SLR, thanks to a wedding gift. So from 1981 I started taking pictures with a GDR Praktica MTL 3 with various lenses made in Jena and with the omnipresent Tamron (35-210mm f/3.5-4.2). A few years later, in March 1987, I switched to the Yashica Fx-D Quartz, a poor relative of the Contax 139, with very few differences except for the price, but with the possibility of using Zeiss lenses (28mm f/2.8 Distagon T and 50mm f/1.7 Planar T). Then from June 1993, on the advice of Pepi Merisio, I replaced the camera body with a Contax 167 MT, again with Zeiss lenses (his lenses), to complete the set of lenses in my possession with the 85mm f/1.4 Planar T in March 1994; The 135mm f/2.8 Sonnar T and the 35-70mm f/3.4 Vario-Sonnar T. The 167 MT, with the addition of the new lenses—the 85mm Planar, a true work of art—was one of Kyocera’s greatest successes and was invaluable for its precision in my reportage photography, which focused on seascapes, rural landscapes, and cityscapes. During those 15 years of travel, I favored the 35-70mm and rarely used the 28mm, which I had so loved in the 1980s. As a second camera, albeit very rarely, I used a Yashica FX-3 Super 2000 from 1997. In 2009, I was forced to switch to digital. I was forced to do so because slide processing, due to the collapse in demand, had become poor because the acids for the necessary chemical process were no longer being renewed as frequently. The final stage, development, as is well known, was crucial for a slide and was irrevocable. Furthermore, it was becoming increasingly difficult to purchase rolls of Kodak slides, not just in Italy. During my travels in Austria, Belgium, Bosnia-Herzegovina, Canada, China, Croatia, Cuba, Denmark, Egypt, Finland, France, Germany, Gibraltar, Jordan, Greece, Hong Kong, England, Ireland, Northern Ireland, Italy, Malta, Morocco, Mauritius, Montenegro, Norway, the Netherlands, Romania, Turkey, Palestine, Peru, Poland, Portugal, the Czech Republic, Slovakia, Slovenia, Spain, Sweden, the United States, and Uzbekistan, I practiced photography using a Canon 450D, with four lenses: 18-55, 85, 24-105, and 70-300 mm. In the past, I rarely took photos with cell phones, but now, no longer using my handheld SLR, which was too heavy for me, I take photos with a highly advanced smartphone equipped with a latest-generation software, the Samsung Galaxy S25 Ultra. As for the permanent public display of my photos, at the suggestion and urging of professional photographer friends, after my exhibition of analog photographs “Vesuvius at Dawn,” from October 19 to November 19, 2006, at the PAN (Palazzo delle Arti in Naples) and from January 12 to February 11, 2007, at the Vittoriano in Rome, I created my own website https://www.maree2001.it “Giacomo Garzya – Le Immagini e la Poesia,” linked to the international site flickr.com.

ON SOFTWARE IN DIGITAL DEVICES, MARCH 15, 2026

Giacomo Garzya: Dear friends, I’d like to add something more specific to what I’ve already written about the smartphone I currently use for health reasons. No longer able to take freehand shots like in the past due to its weight, I use the Samsung Galaxy S25 Ultra (the Galaxy S26 Ultra, equipped with even more advanced software and processor, was launched a few days ago). What I’m about to write isn’t intended as a lesson for those who know these things intimately—I’m referring to professional photographers—or for amateur photographers; it’s simply intended to provide some information to any skeptical amateur photographers. Every day, around 5 billion photos are taken worldwide: a figure that testifies to the continuous and ever-increasing progress of technology. All digital cameras, without exception, have software (called firmware), so not just the most modern or full-frame cameras. A digital camera is essentially a small, specialized computer. Firmware is used to control the sensor and shutter, manage autofocus, and process images (noise reduction, color, etc.). Without software, the camera wouldn’t work. This applies to all digital cameras, from budget compacts to mirrorless cameras, from DSLRs to professional full-frame cameras. Even older DSLRs like the Canon EOS 5D Mark II or Nikon D90 had upgradeable firmware. The difference between older and newer models isn’t whether they have software, but how advanced it is: firmware ranges from the simplest to the most complex (AI autofocus, advanced video, new features via updates). Recent mirrorless cameras, now preferred by many professionals to DSLRs, like the Sony A7 IV or Canon EOS R6, frequently receive firmware updates that add new features. Best wishes from those who, for more than 30 years, until 2009, photographed with an analog camera whose software was nothing more than its eye, its brain. I conclude with a short text I wrote a few weeks ago, to first and foremost establish what it means to be a good professional photographer, whether in advertising (the late, great Oliviero Toscani is an unsurpassed master), commercial photography, or reportage. What I’m about to say is based on the vivid memory of a long conversation I had way back in 1995 with Pepi Merisio, during a car trip first to the Sorrento Peninsula and then to the Amalfi Coast. To become a good professional photographer, technique, marketing, and reliability are needed. For an artist photographer, however, technique alone isn’t enough. The difference isn’t made by sharpness, equipment, correct lighting, etc., but rather by vision, depth, and the ability to express something that isn’t banal. And this is where culture comes in—that is, art history, literature, history, philosophy, cinema, etc., and, lastly, knowledge of great photographers. Indeed, artists always engage with something that precedes them. A photographer who knows only photography produces images that speak only of photography. A photographer who cultivates himself produces images that speak of the world. Then Pepi Merisio addressed the topic of galleries and museums. In certain circles (biennials, museums, galleries), these aren’t just looking for beautiful images. They’re looking for thought. They’re looking for conceptual coherence. They’re looking for an artist who can explain his work. An artist incapable of articulating his own thoughts won’t get very far. He concluded the long conversation by discussing three paths: that of the high-level commercial technical photographer, where you can earn a lot without much theoretical knowledge. That of the instinctive artist: where you can emerge through pure talent, but without cultural depth you risk stalling quickly. Or that of the conscious artist, who stands the test of time. Finally, based on recent studies, how much does technique really influence a good photograph? 30%. An artist photographer doesn’t sell images. He sells a vision of the world. Giacomo Garzya Trieste, March 16, 2026. Dear friends, after the photos and videos from the hot air balloon on February 19 in Wadi Rum, several acquaintances inundated me with messages asking to buy my Samsung. Forget about the hot air balloon… technology is also flying here! I responded like this: you’ve all almost convinced me that I should become a Samsung representative… but I assure you, I don’t earn commissions! However, given your enthusiasm, I’ll reveal the “secret”: my smartphone is not just a phone, but a true professional pocket camera. We’re talking about 230 grams of technology with a whopping 512 GB of memory (half a terabyte, for those who aren’t computer savvy), capable of surprising performance, especially for reportage, interiors, and low-light situations. The camera system consists of a 200 MP main sensor with extraordinary detail rendition, a 50 MP ultra-wide angle perfect for landscapes and architecture, a telephoto lens with 3x optical zoom, a 50 MP periscope telephoto lens with 5x optical zoom (and up to 100x digital zoom), and video up to 8K and 4K with high-speed fluidity. The high quality, combined with intelligent image processing, allows for results that until a few years ago required SLR cameras, lenses, and entire backpacks full of equipment. In short, more than a phone, it’s a photography studio in your pocket. If you decide to buy it, I’ll just ask for a nominal fee… in the form of a dinner invitation! Now, instead of Trieste, I’m in Florence with my parents, on vacation here until Sunday. Fiesole is wonderful! By the way, from beautiful Treviso, where I landed yesterday from Amman, it’s a short hop to Fiesole, but the scenery is quite different… and I totally understand the “wow” effect of the photos from the hot air balloon! Upon kind request, here are the detailed camera specifications for the Samsung Galaxy S25 Ultra—the 230-gram, 512 GB monster that’s competing with SLRs and will soon be out of fashion. Photographic compartment: Main camera (wide) 200 MP Large sensor Bright aperture (approximately f/1.7) Optical stabilization (OIS) Pixel binning for 12 MP or 50 MP shots with greater brightness Excellent performance at night and indoors Ultra-wide angle 50 MP Very wide field of view (approximately 120°) Ideal for landscapes, architecture, interiors Autofocus for high-quality macros Telephoto lens 1 (3x optical zoom) 10 MP 3x optical zoom Optical stabilization Perfect for natural portraits Telephoto lens 2 (periscope) 50 MP 5x optical zoom Digital/spatial zoom up to 100x Advanced stabilization Extraordinary for reportage and distant subjects Video Recording up to 8K 4K up to 120 fps Advanced HDR Pro Video mode Excellent low light management Why have many professionals been using it for some time now? Very wide dynamic range. Advanced AI processing. Excellent low light performance. High resolution files that can be worked on in post-production. Extremely light compared to a reflex/mirrorless camera. In practice: a half-terrain pocket-sized photographic studio. Even more detailed are the technical data of the cameras of the Samsung Galaxy S25 Ultra smartphone (one of Samsung’s top of the range for photos and videos): Samsung Global Newsroom +2 Rear cameras (quadruple): Main camera (Wide): • 200 MP with f/1.7 aperture • Large ~1/1.3″ sensor • OIS (optical image stabilization) • Equivalent focal length ~24 mm • Support for videos up to 8K @ 30 fps and 4K @ 60 fps Samsung Global Newsroom +1 Ultra-wide angle: • 50 MP with f/1.9 aperture • Wide field of view ≈120° • Ideal for landscapes and wide photos Samsung Global Newsroom +1 Telephoto lens 1 (5× optical zoom): • 50 MP with f/3.4 aperture • OIS stabilization • Equivalent focal length approximately 111 mm TechRadar Telephoto lens 2 (3× optical zoom): • 10 MP with f/2.4 aperture • OIS • 67mm equivalent focal length TechRadar Front camera (selfie): 12 MP, f/2.2 aperture ~80° angle of view Good for selfies and 4K video calls @ 30 fps Samsung Global Newsroom Additional camera features Optical image stabilization (OIS) on all main and telephoto lenses. MoreMobile Pixel binning for low-light shots and cleaner 12MP photos. TechRadar HDR and 10-bit video recording, Pro, LOG and ProRAW modes on some compatible apps (for advanced editing). indtechworld.com Digital combined zoom up to very high levels using sensors and AI. TechRadar Bottom line: The Galaxy S25 Ultra has a very versatile camera department, with a very high-resolution main sensor, dual telephoto lenses for variable optical zoom, and an updated high-resolution ultra-wide sensor.

Giacomo Garzya

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PER UNA CRONISTORIA DELLA MIA FOTOGRAFIA:
DALLE DIAPOSITIVE AL DIGITALE

PER UNA CRONISTORIA DELLA MIA FOTOGRAFIA: DALLE DIAPOSITIVE AL DIGITALE.

Tutte le mie foto analogiche, rigorosamente diapositive dal 1981, digitalizzate a partire dal 2007 per il mio sito web https://www.maree2001.it, sono state realizzate utilizzando pellicole per diapositive a colori 135-36,  in buona parte dei casi Kodak 100 e 200 ASA (Kodachrome, Ektachrome, Panther Professional). Ogni fotografo ha la sua pellicola e per me soprattutto i 100 ASA erano ideali per i miei reportage prevalentemente all’aperto, in giornate piene di luce, molto duttili e resistenti alle temperature estive, pur nell’utilizzo costante di borse termiche. Dopo quindici anni di fotografia con una compatta con messa a fuoco fissa, finalmente a trent’anni, la scoperta della Reflex,  grazie ad un regalo di nozze. Così dal 1981 iniziai a fotografare con una Praktica MTL 3 della DDR con diversi obiettivi fabbricati a Jena e con l’onnipresente Tamron (35-210mm f/ 3,5-4,2). Pochi anni dopo, nel marzo 1987,  il passaggio alla Yashica Fx-D Quartz, parente povera della Contax 139, con davvero poche differenze se non nel prezzo, ma con la possibilità di utilizzare l’ottica Zeiss (28mm f/ 2,8 Distagon T e 50mm f/1,7 Planar T). Poi dal giugno 1993, su consiglio di Pepi Merisio, sostituii il corpo macchina con una Contax 167 MT sempre con ottica Zeiss (la sua ottica), per completare nel marzo 1994 il corredo di obiettivi in mio possesso con l’85mm f/1,4 Planar T; il 135mm f/2,8 Sonnar T e il 35-70mm f/3,4 Vario-Sonnar T .

L’apparecchio 167 MT, con l’aggiunta dei nuovi obiettivi, una vera opera d’arte l’85 mm Planar, fu uno dei maggiori successi di Kyocera e fu molto prezioso per la sua precisione nella mia fotografia di reportage, incentrata sul paesaggio marino, rurale e urbano. In quei 15 anni nei miei viaggi predilessi il 35-70mm e raramente utilizzai il 28 mm, da me così amato negli anni Ottanta. Come seconda macchina, anche se molto di rado, utilizzai dal 1997 una Yashica FX-3 super 2000.

Dal 2009 giocoforza passai al digitale. Vi fui costretto perché lo sviluppo delle diapositive, per il crollo della domanda, era diventato scadente perché non si rinnovavano più con frequenza gli acidi per il necessario processo chimico. L’ultima fase, quella dello sviluppo, come è noto, era infatti fondamentale per una diapositiva e senz’appello. In più diventava sempre più difficile acquistare rollini di diapositive Kodak, non solo in Italia. Nei miei viaggi in Austria, Belgio, Bosnia-Herzegovina, Canada, Cina, Croazia, Cuba, Danimarca, Egitto, Finlandia, Francia, Germania, Gibilterra, Giordania, Grecia, Hong Kong, Inghilterra, Irlanda, Irlanda del Nord, Italia, Malta, Marocco, Mauritius, Montenegro, Norvegia, Olanda, Romania, Turchia, Palestina, Perù, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Stati Uniti, Uzbekistan, ho praticato la fotografia utilizzando una Canon 450 D, con quattro obbiettivi : 18-55, 85, 24-105 e 70-300 mm.
Molto di rado, nel passato, ho fotografato con cellulari, tuttavia ora non potendo più utilizzare la mia reflex a mano libera, per me troppo pesante, fotografo con uno smartphone assai evoluto, che possiede un sensore di ultima generazione e quattro obiettivi di alta qualità, il Samsung Galaxy S25 Ultra e con una Canon Mirrorless R100.

Quanto alla collocazione pubblica e permanente delle mie foto, realizzai, consigliato e sollecitato da amici fotografi di professione, dopo la mia esposizione di foto analogiche “Vesuvio all’alba”, dal 19 ottobre al 19 novembre 2006  al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) e dal 12 gennaio all’11 febbraio 2007 a Roma, al Vittoriano, un mio sito web https://www.maree2001.it  “Giacomo Garzya – Le Immagini e la Poesia”.

Giacomo Garzya fotografato dalla sorella Chiara a Segesta nell’agosto 1969 e al Teatro di Dioniso, presso l’Acropoli di Atene, nell’agosto 1973

FOR A CHRONICLE OF MY PHOTOGRAPHY: FROM SLIDES TO DIGITAL

All my analog photos, strictly slides since 1981, digitized starting in 2007 for my website https://www.maree2001.it, were made using 135-36 color slide films, in most cases Kodak 100 and 200 ASA (Kodachrome, Ektachrome, Panther Professional). Every photographer has his own film and for me especially the 100 ASA were ideal for my reportages mainly outdoors, on days full of light, very flexible and resistant to summer temperatures, even with the constant use of thermal bags. After fifteen years of photography with a compact with fixed focus, finally at thirty years old, the discovery of the Reflex, thanks to a wedding gift. So from 1981 I started taking pictures with a Praktica MTL 3 from the DDR with various lenses made in Jena and with the omnipresent Tamron (35-210mm f/3.5-4.2). A few years later, in March 1987, I switched to the Yashica Fx-D Quartz, a poor relative of the Contax 139, with very few differences except for the price, but with the possibility of using Zeiss lenses (28mm f/2.8 Distagon T and 50mm f/1.7 Planar T). Then from June 1993, on the advice of Pepi Merisio, I replaced the camera body with a Contax 167 MT, again with Zeiss lenses (his lenses), to complete the set of lenses in my possession in March 1994 with the 85mm f/1.4 Planar T; the 135mm f/2.8 Sonnar T and the 35-70mm f/3.4 Vario-Sonnar T. The 167 MT, with the addition of the new lenses, a true work of art the 85 mm Planar, was one of Kyocera’s greatest successes and was very valuable for its precision in my reportage photography, focused on marine, rural and urban landscapes. In those 15 years in my travels I preferred the 35-70mm and rarely used the 28mm, which I loved so much in the 1980s. As a second camera, even if very rarely, I used a Yashica FX-3 super 2000 from 1997. In 2009 I was forced to switch to digital. I was forced to do so because the development of slides, due to the collapse in demand, had become poor because the acids for the necessary chemical process were no longer renewed frequently. The last phase, that of development, as is known, was in fact fundamental for a slide and without appeal. In addition, it was becoming increasingly difficult to buy rolls of Kodak slides, not only in Italy. In my travels to Austria, Belgium, Bosnia-Herzegovina, Canada, China, Croatia, Cuba, Denmark, Egypt, Finland, France, Germany, Gibraltar, Jordan, Greece, Hong Kong, England, Ireland, Northern Ireland, Italy, Malta, Morocco, Mauritius, Montenegro, Norway, Holland, Romania, Turkey, Palestine, Peru, Poland, Portugal, Czech Republic, Slovakia, Slovenia, Spain, Sweden, United States, Uzbekistan, I practiced photography using a Canon 450 D, with four lenses: 18-55, 85, 24-105 and 70-300 mm. Very rarely, in the past, I have photographed with cell phones, however now that I can no longer use my handheld reflex, too heavy for me, I photograph with a very advanced smartphone, which has a latest generation sensor and four high quality lenses, the Samsung Galaxy S25 Ultra and with a Canon Mirrorless R100. As for the public and permanent placement of my photos, I created, advised and urged by professional photographer friends, after my exhibition of analog photos “Vesuvius at dawn”, from October 19 to November 19, 2006 at the PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) and from January 12 to February 11, 2007 in Rome, at the Vittoriano, my own website https://www.maree2001.it “Giacomo Garzya – Le Immagini e la Poesia”.

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INTERVISTE D'AUTORE - GIACOMO GARZYA

“Il riverbero delle parole” e “Le vie dell’immagine” sono le sue ultime fatiche artistiche. La prima è una silloge poetica mentre il secondo è un libro fotografico, lei stesso infatti si definisce “poeta e fotografo”. Quando è avvenuto il primo incontro con queste due arti? C’è una tra le due che considera più indispensabile nella sua vita? Se sì, quale?

Il primo approccio alla fotografia risale alla mia infanzia, quando con un apparecchio a fuoco fisso, senza nessuna pretesa, fotografavo viaggiando con la mia famiglia; fu in quegli anni che visitando musei d’arte nelle varie capitali europee, acquisii un gusto personale, utile per inquadrare le foto. Nel 1981 avvenne il mio passaggio alla reflex e alle diapositive, con risultati più che soddisfacenti, anche per la qualità della mia macchina professionale Contax e per gli obiettivi Zeiss. Questo percorso analogico si conclude nel 2009, l’anno in cui fui costretto al digitale. La poesia pure nasce presto, in parallelo alla lettura intensiva dei classici, ma si interrompe intorno ai vent’anni, prevalendo l’interesse verso i miei studi storici, per riprendere dal 1993 fino a oggi. La capacità di osservazione come fotografo dei paesaggi, urbani e non, nonché delle persone incontrate, ha avuto molta influenza nell’elaborazione della mia poesia, al di là dei già importanti e imprescindibili elementi culturali e interiori e, a detta della critica, sia fotografia che poesia sono sempre andate avanti di pari passo, interconnettendosi, fino all’ultimo quinquennio quando ha prevalso nettamente la poesia. La mia fotografia, è quindi complementare alla mia poesia, in cui si riversano la mia esperienza di vita, la mia inquietudine, la profondità degli affetti, il lutto, or sono quindici anni, per la perdita precoce, tragica, della mia adorata figlia Fanny.

Quale tra le poesie contenute ne “Il riverbero delle parole” sente più cara o rispecchia maggiormente il suo Io poetico e perché?

Sento tutte le mie poesie come mie creature, mie figlie, ogni silloge (sedici dal 1998 a oggi) rappresenta le varie fasi della mia vita, a tutte sono egualmente legato, anche perché in trent’anni di produzione poetica, esprimo un diario innanzitutto dell’anima. Le radici, i luoghi, la natura, gli affetti entrano nel mio percorso poetico, ma su tutto, il vento, che domina il nostro vivere, come il mare. Credo che la sostanza del mio fare sia un invito a vivere con gioia le cose belle, in contrapposizione dialettica al dolore, al dramma della morte, che comunque sono il vero motore dell’esistenza e che inducono alla creatività e alla libertà. Sicuramente nelle mie poesie vi si legge un iter di maturazione anche verso tematiche storiche, sociali, religiose, ambientali, non solo, quindi, legato a ispirazioni introspettive e intimistiche, pur sempre universali. Ne “Il riverbero delle parole, l’ultima poesia “Per i miei settanta…” è un bilancio esistenziale e rappresenta il mio attuale pensiero, il mio Io poetico.

Quali sono i suoi punti di riferimento letterari? Quali autori l’hanno più influenzata a livello stilistico e perché?

In primo luogo i Poemi omerici, quindi i Lirici greci, Catullo, Orazio per arrivare a Foscolo, Garcìa Lorca e Ungaretti. Anche, per la prosa, sempre a livello stilistico, Malaparte, Hemingway e de Saint-Exupéry. Il perché è legato proprio ai molteplici riverberi emotivi che questi classici universali mi hanno suscitato fin da ragazzo.

“Le vie dell’immagine” è un mix di fotografie analogiche e digitali. Crede che l’avvento del digitale abbia portato solo miglioramenti alla fotografia oppure rimpiange la tecnica analogica?

Come ho detto, a proposito della prima domanda, fui condizionato a passare al digitale nel 2009: costretto perché il miglior laboratorio della mia città, a cui mi ero quasi sempre rivolto per lo sviluppo delle diapositive, per il crollo della domanda, non rinnovava più con frequenza gli acidi per il necessario processo chimico, con risultati a dir poco disastrosi. L’ultima fase, quella dello sviluppo, come è noto, è infatti fondamentale per una diapositiva e senz’appello. In più diventava sempre più difficile acquistare rollini di diapositive Kodak, la pellicola professionale che quasi sempre avevo usato. La diapositiva per me rappresentava un prodotto finito già allo scatto, non si poteva sbagliare, e già ne conoscevo il risultato, buono non solo per il reportage, ma soprattutto per la fotografia creativa. Con l’apparecchio digitale, fin dall’inizio, con opportuni accorgimenti e tarature a priori, fotografando per lo più con priorità dei diaframmi, ho ottenuto ottimi risultati, senza mai arrivare al “photoshop”, se non per regolare, quando necessario, la luminosità. Pur rimpiangendo la fotografia analogica, per una mia personale modalità di intendere la resa fotografica, basata sullo studio impressionistico della luce, finalizzata anche alla mia ricerca sui quattro elementi, il digitale, specie nel reportage e nelle precarie condizioni di luce, presenta innumerevoli vantaggi, che non sto qui a dire tanto sono noti, su tutti quello di avere a disposizione un numero incredibile di scatti, pur fotografando io sempre in formato RAW, e nella stessa macchina molteplici pellicole, nonché quello di non dipendere dalla temperatura dell’ambiente circostante, nemico giurato delle diapositive: l’eccessivo freddo e il troppo caldo, tanto da essere sempre costretti alla borsa termica. Infine la fotografia digitale ha aperto da più di un decennio a quella concettuale, surreale, rielaborata a tavolino, per esempio quella del grande fotografo francese Michel Kirch, arte questa che dà risultati eccellenti, ma che non ha più niente a che fare col mio modo di intendere la fotografia, sempre soggettiva, ma al confronto, senz’altro più realistica.

(Intervista inserita in blog.dantebus.com il 6 marzo 2023)

Con Maguy, mia moglie Paola, Fanny nel Parco Nazionale svizzero nell’agosto 1987 (foto di mio padre Antonio Garzya)
Maguy a Vrsar (Orsera), foto di Giacomo Garzya del 5 luglio 2025

“The reverberation of words” and “The ways of the image” are his latest artistic efforts. The first is a poetic sylloge while the second is a photographic book, in fact you define yourself as a “poet and photographer”. When did you first encounter these two arts?

Is there one of the two that you consider more indispensable in her life? If so, which one? The first approach to photography dates back to my childhood, when I photographed traveling with my family with a fixed focus device, without any pretensions; it was in those years that by visiting art museums in the various European capitals, I acquired a personal taste, useful for framing photos. In 1981 I switched to reflex and slides, with more than satisfactory results, also due to the quality of my professional CONTAX camera and ZEISS lenses. This analog journey ends in 2009, the year I was forced into digital. Poetry too was born early, in parallel with the intensive reading of the classics, but stopped around the age of twenty, the interest in my historical studies prevailing, to resume from 1993 until today. The ability to observe as a photographer of landscapes, both urban and otherwise, as well as of the people I met, had a lot of influence in the elaboration of my poetry, beyond the already important and essential cultural and interior elements and, according to the critics, both photography what poetry have always gone hand in hand, interconnecting, until the last five years when poetry clearly prevailed. My photography is therefore complementary to my poetry, in which my life experience, my restlessness, the depth of affections, the mourning, fifteen years ago, for the early, tragic loss of my beloved daughter Fanny are poured.

Which of the poems contained in “The reverberation of words” do you feel dearest or most reflects your poetic ego and why?

I feel all my poems as my creatures, my daughters, each sylloge (sixteen from 1998 to today) represents the various phases of my life, I am equally attached to all of them, also because in thirty years of poetic production, I express a diary above all of ‘soul. Roots, places, nature, affections enter my poetic journey, but above all, the wind, which dominates our lives, like the sea. I believe that the substance of my work is an invitation to live beautiful things with joy, in dialectical opposition to pain, to the drama of death, which in any case are the real engine of existence and which lead to creativity and freedom. Surely in my poems we can read a process of maturation also towards historical, social, religious, environmental themes, not only, therefore, linked to introspective and intimate inspirations, still universal. In “The reverberation of words, the last poem “For my seventy…” is an existential balance and represents my current thought, my poetic ego.

What are your literary reference points? Which authors have most influenced you stylistically and why?

First the Homeric Poems, then the Greek Lyricist, Catullus, Horace to get to Foscolo, Garcìa Lorca and Ungaretti. Also, for prose, always on a stylistic level, Malaparte, Hemingway and de Saint-Exupéry. The reason is linked precisely to the many emotional reverberations that these universal classics have aroused in me since I was a boy.

“Le vie dell’immagine” is a mix of analogue and digital photographs. Do you believe that the advent of digital has only brought improvements to photography or do you regret the analog technique?

As I said, regarding the first question, I was conditioned to switch to digital in 2009: forced because the best laboratory in my city, to which I had almost always turned to for the development of the slides, due to the collapse in demand, no longer renewed frequently the acids for the necessary chemical process, with disastrous results to say the least. The last phase, that of development, as is known, is in fact fundamental for a slide and without appeal. In addition, it became more and more difficult to buy rolls of Kodak slides, the professional film that I had almost always used. For me, the slide represented a finished product right from the click, you couldn’t go wrong, and I already knew the result, good not only for reportage, but above all for creative photography. With the digital camera, right from the beginning, with appropriate expedients and a priori calibrations, photographing mostly with aperture priority, I have obtained excellent results, without ever reaching the “photoshop”, except to adjust, when necessary, when necessary, the brightness. While regretting analog photography, due to my personal way of understanding photographic rendering, based on the impressionistic study of light, also aimed at my research on the four elements, digital photography, especially in reportage and in precarious light conditions, has countless advantages, I’m not here to say so much they are known, above all that of having an incredible number of shots available, even though I always photograph in RAW format, and in the same camera multiple films, as well as that of not depending on the temperature of the surrounding environment, sworn enemy of slides: excessive cold and too hot, so as to always be forced to the thermal bag. Finally, for more than a decade, digital photography has opened up to the conceptual, surreal, reworked at the table, for example that of the great French photographer Michel Kirch, an art that gives excellent results, but which no longer has anything to do with my way to understand photography, always subjective, but in comparison, certainly more realistic.

(Interview posted on blog.dantebus.com on March 6, 2023)

 

GIACOMO GARZYA - IMMAGINI E PAROLE: DUE PERCORSI PARALLELI

(ARTICOLO CHE HO SCRITTO PER IL BLOG.DANTEBUS.COM, RELATIVO ALLA PUBBLICAZIONE DEL MIO LIBRO FOTOGRAFICO : “FRAMMENTI DI MEDITERRANEO”, ROMA 2023, DANTEBUS EDIZIONI)

Avendo voluto fare un bilancio della mia vita a 70 anni, come fotografo, ho pensato di pubblicare, una retrospettiva, da completare in un prossimo futuro, un’estrema sintesi dei miei reportage di più di trent’anni, a partire dalla fine degli anni Ottanta, in due volumi con più di 360 foto. Il primo “Le vie dell’immagine”, dal carattere più generale, il secondo, di cui si parla ora, invece, monotematico “Frammenti di Mediterraneo”, tale da rappresentare il mio concetto di Mediterraneo, il mare di Fernand Braudel, così importante nella mia ispirazione poetica, a partire dal mio primo libro di poesie “Solaria” del 1998. Ma è proprio questo mio primo libro a far riemergere una vocazione giovanile, quella di esprimermi attraverso la voce della poesia, e i luoghi da me visitati, quelli amati e più volte rivisitati, da immagini si trasformarono in parole, quindi l’uso di due linguaggi, due percorsi paralleli. Va subito detto che in “Frammenti di Mediterraneo”, i luoghi nelle foto sono innanzitutto emozioni, le foto rappresentando, spesso con le poesie scritte lì seduta stante, un diario dell’anima, esprimendosi così insieme, con due codici diversi, gli aspetti emozionali del momento, che variano col mutare della luce, dei colori, dei grigi della nostra vita. Il tutto fa parte di un viaggio, metafora della vita, dove vi è una ricerca del bello, il ritorno alle radici, un viaggio inteso non da turisti, ma da viaggiatori, alla Alain De Botton, già memore io del passato, attraverso i resoconti appassionanti dei Montaigne, Charles de Brosses, Montesquieu, Stendhal, Goethe, fino alle riflessioni letterarie, artistiche e politiche nei Reisbilder di Heinrich Heine. Fotografia e poesia, poesia e fotografia, quindi un tutt’uno inscindibile, in cui si riversano la mia esperienza, la mia inquietudine esistenziale, gli affetti per la terra di origine, la mia formazione storicista, le letture dei Poeti greci e del Kavafis di “Itaca”. L’immediatezza, poi, con cui ho scritto molte poesie è simile allo scatto subitaneo di certe foto, per non perdere il bello in quell’attimo, che si para dinanzi e che può svanire in qualche minuto secondo. Ne “I frammenti di Mediterraneo” non tralascio la quintessenza della nostra civiltà, il mare, esso traspare ovunque, è l’ anima in tante foto, come la macchia mediterranea o le colonne dei templi greci. Infine, la mia fotografia vuole essere anche una ricerca del bello inteso alla Oscar Wilde, una risposta quindi al mondo in cui viviamo, dove certi valori si vanno dimenticando, oggi il regno del Kitsch, del cattivo gusto studiato da Gillo Dorfles o del Trash più volgare. Sul piano stilistico e artistico, un debito l’ho, in particolare, col Mimmo Jodice del Mediterraneo. Sul mio percorso fotografico (foto di paesaggi marini, urbani e rurali), sul passaggio al digitale, ecc., leggere l’intervista fattami dalla Dantebus il 6 marzo 2023 per il suo blog e in dettaglio nel mio sito web: https://www. maree2001.it ( “Photo gallery”).

Trieste, 25 gennaio 2024

Vai all’Intervista..

Giacomo Garzya fotografato (il primo da sinistra) con compagni scout al Rifugio Demetz nel luglio 1969
Giacomo Garzya fotografato dalla sorella Chiara dalla sua stanza (Napoli, ottobre 1969)

(ARTICLE I WROTE FOR THE BLOG.DANTEBUS, RELATING TO THE PUBLICATION OF MY PHOTOGRAPHIC BOOK: “FRAMMENTI DI MEDITERRANEO”, ROME 2023, DANTEBUS EDITIONS)

Having wanted to take stock of my life at 70 years old, as a photographer, I thought of publishing a retrospective, to be completed in the near future, an extreme summary of my reportages of more than thirty years, starting from the end of the Eighty, in two volumes with more than 360 photos. The first “The streets of the image”, with a more general character, the second, which is now being discussed, is monothematic “Fragments of the Mediterranean”, such as to represent my concept of the Mediterranean, the sea of Fernand Braudel, so important in my poetic inspiration, starting from my first book of poems “Solaria” in 1998. But it is precisely this first book of mine that brings out a youthful vocation, that of expressing myself through the voice of poetry, and the places I visited, those loved and revisited many times, transformed from images into words, therefore the use of two languages, two parallel paths. It must be said immediately that in “Fragments of the Mediterranean”, the places in the photos are first and foremost emotions, the photos representing, often with the poems written there on the spot, a diary of the soul, thus expressing the emotional aspects together, with two different codes of the moment, which vary with the changing light, colors and grays of our life. It is all part of a journey, a metaphor for life, where there is a search for beauty, a return to the roots, a journey intended not by tourists, but by travellers, à la Alain De Botton, already mindful of the past, through the reports exciting works by Montaigne, Charles de Brosses, Montesquieu, Stendhal, Goethe, up to the literary, artistic and political reflections in Heinrich Heine’s Reisbilder. Photography and poetry, poetry and photography, therefore an inseparable whole, in which my experience, my existential restlessness, my affection for my land of origin, my historicist training, my readings of the Greek Poets and of Kavafis of “Ithaca”. The immediacy, then, with which I have written many poems is similar to the sudden taking of certain photos, so as not to lose the beauty in that moment, which appears before us and which can vanish in a few minutes. In “The fragments of the Mediterranean” I do not leave out the quintessence of our civilization, the sea, it shines through everywhere, it is the soul in many photos, like the Mediterranean scrub or the columns of Greek temples. Finally, my photography also wants to be a search for beauty as understood by Oscar Wilde, therefore a response to the world in which we live, where certain values are being forgotten, today the reign of Kitsch, of bad taste studied by Gillo Dorfles or of the most Trash vulgar. On a stylistic and artistic level, I owe a debt, in particular, to Mimmo Jodice of the Mediterranean. On my photographic journey (photos of marine, urban and rural landscapes), on the transition to digital, etc., read the interview given to me by Dantebus on 6 March 2023 for its blog and in detail on my website: https:// www. maree2001.it (“Photo gallery”).

Trieste, January 25, 2024

Go to Interview..

DALLA RIVISTA “IUPPITER NEWS”

(storie, attualità, passioni e media”, Cultura), 30 maggio 2024.

 

Giacomo Garzya, l’arte del poeta fotografo. Successo per i nuovi libri ‘Frammenti del Mediterraneo’ e ‘Le vie dell’immagine’”, 

 

di Mario Vittorio D’Aquino

 

Il viaggio come mezzo per raccontare la poesia attraverso le fotografie. Questo è al centro delle ultime opere di Giacomo Garzya, classe 1952, partenopeo d’origine ma cittadino del mondo, laureato in Lettere Moderne alla Federico II di Napoli, appassionato di scrittura e di istantanee. Napoli, Venezia, Gerusalemme, Fes, Casablanca, Zante, Procida, Capri, Creta, Santorini, Mykonos, Parigi, Cetara, Karpathos, Mauritius, Sifnos, Delos, Malta, Gallipoli, Taormina sono solo alcune delle tappe che fanno da sfondo ai soggetti che Garzya ha scelto di immortalare nei suoi scatti. Queste località sono state d’ispirazione al bardo della macchina fotografica per i suoi ultimi lavori pubblicati nel 2023 con Dantebus Edizioni: Le vie dell’immagine e Frammenti del Mediterraneo. Due raccolte emozionanti di immagini che svelano la meraviglia dei luoghi, la storia scolpita nei monumenti, il segreto di antiche culture contenute in due reportage ricchi di illustrazioni che si rivolgono alla sfera umana più ancestrale, sconosciuta e inesplorata. Dall’estremo Oriente alle Colonne d’Ercole, da Marrakech a Istanbul passando per Tel Aviv, Garzya con i suoi ultimi libri allestisce un intenso mosaico di scatti che sprigionano poesia e colore, scavando con la potenza di un clic nelle profonde passioni, negli arcani misteri, nelle bellezze ignote dei luoghi del mito che sceglie di visitare. Le opere sono due maestosi archivi di tessere che viaggiano attraverso le epoche, frammenti narranti dello splendore del tutto capaci di accendere il cammino del sentiero della vita.

Oltre alla fotografia l’altra passione per il viaggiatore dell’anima è la prosa. Giacomo Garzya, ex professore di materie letterarie, ha partecipato infatti come finalista a diversi concorsi poetici. Nel 2023 ha ricevuto una “menzione speciale al merito” all’ottava edizione del Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo”, presieduto dal figlio del celebre letterato Alessandro. Dal 1998 a oggi ha visto concretizzarsi la passione per la poesia pubblicando sedici libri monografici, ultimo dei quali Il riverbero delle parole (Dantebus Edizioni, 2023). Trasferitosi da Napoli vive ormai da diversi anni a Trieste, città di storia e di mare, che affonda le sue radici culturali tra l’Italia culla del Mediterraneo e il fascino austero della Mitteleuropea. Non ha mai abbandonato il suo piglio partenopeo che, insieme al suo sconfinato bagaglio culturale, ha consentito a Giacomo Garzya di entrare a far parte stabilmente nei più importanti salotti intellettuali triestini facendo conoscere a tutti la sua passione per il genere letterario e per l’arte dello scatto.

Mario Vittorio D’Aquino

“Giacomo Garzya, the art of the poet photographer. Success for the new books ‘Fragments of the Mediterranean’ and ‘The streets of the image’ “,
by Mario Vittorio D’Aquino

Travel as a means of telling poetry through photographs. This is at the center of the latest works by Giacomo Garzya, born in 1952, Neapolitan by origin but citizen of the world, graduated in Modern Literature at the Federico II of Naples, passionate about writing and snapshots. Naples, Venice, Jerusalem, Fes, Casablanca, Zakynthos, Procida, Capri, Crete, Santorini, Mykonos, Paris, Cetara, Karpathos, Mauritius, Sifnos, Delos, Malta, Gallipoli, Taormina are just some of the stages that form the backdrop to the subjects that Garzya chose to immortalize in his shots. These locations were the inspiration for the bard of the camera for his latest works published in 2023 with Dantebus Edizioni: The streets of the image and Frammenti del Mediterraneo. Two exciting collections of images that reveal the wonder of the places, the history carved into the monuments, the secret of ancient cultures contained in two reportages full of illustrations that address the most ancestral, unknown and unexplored human sphere. From the Far East to the Pillars of Hercules, from Marrakech to Istanbul passing through Tel Aviv, Garzya with his latest books sets up an intense mosaic of shots that release poetry and colour, digging with the power of a click into the profound passions, the arcana mysteries, in the unknown beauties of the mythical places he chooses to visit. The works are two majestic archives of tiles that travel through the ages, narrating fragments of the splendor completely capable of lighting the path of the path of life. In addition to photography, the other passion for the traveler of the soul is prose. Giacomo Garzya, former professor of literary subjects, has in fact participated as a finalist in various poetry competitions. In 2023 he received a “special mention of merit” at the eighth edition of the “Salvatore Quasimodo” International Award, chaired by the son of the famous writer Alessandro. From 1998 to today he has seen his passion for poetry materialize by publishing sixteen monographic books, the latest of which is Il reverbero delle parole (Dantebus Edizioni, 2023). Having moved from Naples, he has now lived for several years in Trieste, a city of history and the sea, which has its cultural roots between Italy, the cradle of the Mediterranean and the austere charm of Central Europe. He never abandoned his Neapolitan attitude which, together with his boundless cultural background, allowed Giacomo Garzya to become a permanent member of the most important intellectual salons in Trieste, making his passion for the literary genre and for art known to everyone. of the shot.

 

 

 

DA “NT NOTIZIE TEATRALI”

Magazine di cultura e spettacolo diretto da Angela Matassa (www.notizieteatrali.it), 3 Giugno 2025

 

Giacomo Garzya: la vita nei versi e nelle immagini

di Angela Matassa

 

Non è facile parlare di Giacomo Garzya. Già docente di lettere nei licei, è poeta e fotografo di altissimo livello. Ci piace, perciò, presentarlo con le sue stesse parole. “La poesia è stata sempre parte importante della mia vita, rappresentando una continua ricerca esistenziale: la mia inquietudine, la storia come memoria, gli amori, i luoghi, la natura, il vento e il mare motore di tutte le cose, le mie radici mediterranee e nordiche”.

Vincitore di numerosi premi, Garzya, napoletano di nascita, da qualche anno trasferitosi a Trieste con la famiglia, ha pubblicato più di trenta libri, con prefazioni illustri, da Giuseppe Galasso ad Alessandro Quasimodo. E poi, articoli, interventi, commenti.

È un intellettuale e uno storico che, attraverso le immagini e i versi racconta emozioni, crea suggestioni. Ad ogni scatto, con ogni lirica, fissa ricordi e pensieri di vita. Poesia e fotografia sono arti cui si è avvicinato fin da ragazzo, “Il mio percorso poetico,  – conferma – vuole coltivare innanzitutto l’Io lirico, essere un’introspezione non intimista, bensì universale, vuole essere autobiografico, un romanzo della vita, un diario dell’anima”.

 

NEMO PROPHETA IN PATRIA

Come spesso capita ai napoletani di origine, l’apprezzamento più grande viene quasi sempre da un altrove. Fosse italiano o estero. Tanti artisti, scrittori, musicisti, appena varcata la soglia regionale, finiscono sotto i riflettori per la particolarità delle loro arti, per la passione, per i colori e per il fuoco della città di Partenope, che inevitabilmente emergono.

 

LA LUCE NELLE IMMAGINI

La mia fotografia  è stata innanzitutto basata sullo studio impressionistico della luce”. E’ l’imput verso la macchina. Dalle prime diapositive alle immagini analogiche agli apparecchi digitali, il suo è stato un percorso sempre in crescita. Testimone di luoghi, storie e persone. Colte nel loro ambiente naturale o in attimi fuggenti.

 

IL MARE

Dominante è anche il mare nelle opere di Giacomo Garzya. “Maree”, seconda silloge pubblicata nel 2001, lo testimonia con forza, come le splendide immagini di “Frammenti di Mediterraneo” del 2024. Procida, Capri, le coste italiane. E poi, Malta, la Grecia, il Sud Europa.

Oriente, Occidente, santuari e monumenti del mondo. Albe e tramonti strabilianti sono i protagonisti di questo viaggio multietnico e multidisciplinare di un artista che ha attraversato il Novecento e continua nel nuovo secolo a fissare tasselli e tessere del grande mosaico della vita, con attenzione e passione.

È vincitore di molti premi e riconoscimenti dall’Italia e dall’estero e tradotto in molte lingue, tra cui il greco moderno. Le sue opere sono conservate in molte biblioteche d’Europa. Tra le ultime, la biblioteca dell’Accademia di Brera, che accoglie nel Catalogo quattro dei suoi libri fotografici.

 IL NUOVO VOLUME DI GIACOMO GARZYA

Giacomo Garzya esce con l’ultima fatica poetica (la diciassettesima): “È la vita”, presentato al Salone del libro di Torino 2025. Un inno alla bellezza dell’esistenza, anche nella quotidianità, fatta di piccole cose. Perché, conclude: “la vita non va sprecata”. E al motto latino nemo propheta in patria risponde: “Sono uno scorpione. Sono abituato a combattere”.

 

 

ARTICOLI SULLA STAMPA DAL 2024 AL 2025

 

DA “IL PICCOLO” DEL 4 APRILE 2024, UN ARTICOLO DI FRANCESCA SCHILLACI

TRIESTE – ALLE ORE 18 AL CAFFÈ SAN MARCO

 

“Le vie dell’immagine di Giacomo Garzya dentro il Mediterraneo”

Fotografare gli attimi e racchiuderli per sempre è una lotta contro il tempo, una sfida alla memoria che tende a sbiadire i dettagli, ad alterare i frammenti e spesso ad offuscarli. Il modo migliore è dare a ogni scatto un contesto in cui permanere, come ha fatto il fotografo e poeta napoletano Giacomo Garzya raccogliendo le fotografie di vari viaggi nel Mediterraneo e in reportage di altri luoghi nei volumi “Le vie dell’immagine” e “Frammenti di Mediterraneo” editi da Edizioni Dantebus (Roma) con le introduzioni di Massimo Gherardini, che verranno presentati oggi, alle 18, all’Antico Caffè San Marco (via Cesare battisti 18). Presenta il critico d’arte Franco Rosso.

Da sempre attento ai particolari del quotidiano, Garzya inizia a fotografare da giovanissimo affiancando la passione per la fotografia, che diventa un vero e proprio mestiere, con la composizione poetica. Le due arti non vengono fuse all’interno dei due volumi, ma come sottolinea Franco Rosso “le due espressività creative si interfacciano e si sintetizzano” comunque l’una nell’altra, rendendo la fotografia di Garzya una sorta di processo poetico tanto quanto le sue poesie assorbono l’immediatezza dello scatto.

Pluripremiato in concorsi letterari e fotografici, l’artista cerca nella fotografia la possibilità della permanenza, dove ogni cosa diventa immortale e anche la memoria non ha più spazio per confondersi. Il Mediterraneo in particolare è il luogo che Garzya sente vicino, crocevia di culture e di merci, di persone e di storie che si sono affacciate, è la zona geografica che perde valore pragmatico per assumere una dimensione romantica, destinata a suggerire sempre nuove strade, nuovi inizi, sconfinate possibilità. Allo stesso modo, seppur in senso più generico, singoli frammenti di vita, di viaggi e di persone rappresentano “Le vie dell’immagine”, una raccolta di reportage a colori, dove ogni scatto detta un luogo, da Gerusalemme a Napoli, dal Marocco a Venezia e l’artista ne imprime i dettagli che spesso risultano differenti dalla realtà o dal ricordo che si conserva. “Fotografia e poesia, poesia e fotografia in Giacomo Garzya – scrive Franco Rosso – si interconnettono e si completano a volte integrandosi, irradiando riverberi emotivi che diventano un diario dell’anima e un invito a non mollare mai il personale viaggio alla ricerca della storia, della cultura e della bellezza”.

Francesca Schillaci

 

 

GIACOMO GARZYA: RECENSIONI AL LIBRO “È LA VITA”

 

“È la vita”. Nei versi la ricerca dell’uomo nel suo divenire

 

“L’esistenza è un dono e bisogna accettarla come viene, nella gioia e nel dolore. La vita di per sé è un gran privilegio, non va assolutamente sprecata, va vissuta pienamente e dà la possibilità di vivere attimo per attimo il presente, guardando con speranza al futuro, ma anche ripercorrendo a ritroso i momenti belli della vita”.

Parla così Giacomo Garzya, autore originario di Napoli ma che vive a Trieste, del suo ultimo libro “È la vita”, pubblicato nella collana “I Diamanti della Poesia” dell’Aletti editore. Questa raccolta – precisamente la diciottesima scritta dal poeta e fotografo, laureato in Storia moderna e già docente di materie letterarie -, come già la prima, dal titolo “Solaria” del 1998, vuole coltivare l’Io lirico, essere un’introspezione non intimista, bensì universale, un diario dell’anima, un “romanzo della vita”, alla Umberto Saba.

È così la vita, un eterno ritorno/ nei luoghi dell’anima.

Questi due versi – scrive, nella Prefazione, Alessandro Quasimodo, attore, regista teatrale e poeta, figlio di Salvatore Quasimodo, Premio Nobel per la Letteratura italiana – enunciano la poetica di Giacomo Garzya: ritrovare nel passato e riscoprire nel presente un percorso interiore che dia significato alla vita. È un itinerario che induce a riflettere e a non accontentarsi delle apparenze. Mentre i ricordi si intrecciano, possiamo meditare sugli obiettivi da raggiungere e sui valori autentici da salvaguardare”. Data anche la sua formazione storica, per l’autore il passato riveste un’importanza rilevante nella vita presente e la memoria distoglie dalla monotonia quotidiana. “La mia poesia, fin dall’inizio, ha voluto essere un antidoto contro l’oblio del tempo, onde preservare i valori universali della nostra civiltà e tenere sempre vivi gli affetti e la memoria di quelli perduti”.

Nei versi del professor Garzya, in cui si intrecciano realtà e mito fantastico, vi è una continua ricerca esistenziale, in cui emergono gli amori, gli affetti, i luoghi, la natura, le radici mediterranee e nordiche, i paesaggi descritti con occhio fotografico. Ma, in questa silloge si legge, in maniera dirompente, una maggiore sensibilità verso l’uomo nel suo divenire storico, morale, religioso, negli anni drammatici in cui viviamo.

In oltre trent’anni di attività poetica, i versi di Giacomo Garzya si caratterizzano per il loro stile fluido e scorrevole, da poter leggere con naturalezza, instaurando con la scritta parola un rapporto naturale, empatico e colloquiale. “Credo che il mio poetare – conclude l’autore – sia un invito, ancor più oggi, a vivere il bello dell’esistenza; l’opera d’arte contrapposta al kitsch, cioè il cattivo gusto ripudiato da Gillo Dorfles, il trascendente: i soli doni atti a lenire il dolore e il pensiero della morte”.

 

Federica Grisolia

(Vincenzo La Camera – Agenzia di Comunicazione)

 

È la Vita di Giacomo Garzya: Un viaggio poetico tra memoria, introspezione e speranza

 

Riflessioni sulla vita attraverso i versi

 

La poesia, per Giacomo Garzya, è un diario dell’anima, un mezzo per catturare l’essenza della vita in tutte le sue sfumature. Nel suo ultimo libro, “È la vita”, pubblicato nella collana “I Diamanti della Poesia” di Aletti Editore, l’autore ci guida in un percorso poetico che intreccia realtà e mito, memoria e introspezione, spingendoci a riflettere sui valori autentici e sull’importanza di vivere appieno l’esistenza.

 

Il cuore dell’opera: un romanzo dell’anima

 

Secondo Garzya, la vita è un dono da accettare nella sua interezza, fatta di gioie e dolori, un’opportunità per vivere il presente con speranza, ripercorrendo i momenti più belli del passato. Nei suoi versi emerge una sensibilità verso l’uomo e la sua evoluzione storica, morale e religiosa. La poesia diventa così un antidoto contro l’oblio, un mezzo per preservare i valori universali e la memoria degli affetti perduti.

 

Una poetica tra mito e realtà

 

I temi centrali di questa silloge includono gli affetti, la natura, i paesaggi mediterranei e nordici, descritti con lo sguardo fotografico. Il passato, grazie alla formazione storica dell’autore, riveste un ruolo fondamentale, intrecciandosi con il presente per dare significato alla vita. Come sottolinea Alessandro Quasimodo nella prefazione, i versi di Garzya invitano a non accontentarsi delle apparenze e a riflettere sui valori autentici da salvaguardare.

 

Biografia dell’autore

 

Nato a Napoli, ma residente a Trieste, Giacomo Garzya è poeta, fotografo e docente di materie letterarie, laureato in Storia moderna. Dal 1998, anno della sua prima raccolta “Solaria”, ha pubblicato 18 opere poetiche, sempre caratterizzate da uno stile fluido e scorrevole. La sua produzione è un continuo invito a scoprire la bellezza della vita, opponendosi alla superficialità e al cattivo gusto, secondo l’estetica di Gillo Dorfles.

 

Pier Carlo Lava, in “alessandria.today”, 16 novembre 2024

 

 

 

“È la vita” di Giacomo Garzya: la poesia come viaggio nell’anima

La nuova raccolta poetica del professor Giacomo Garzya esplora l’esistenza come un dono, tra introspezione universale e memoria storica.

 

L’arte poetica di Giacomo Garzya

 

Giacomo Garzya, poeta e fotografo di origine napoletana residente a Trieste, presenta la sua diciottesima raccolta poetica “È la vita”, pubblicata nella prestigiosa collana “I Diamanti della Poesia” di Aletti Editore. Laureato in Storia moderna e già docente di materie letterarie, Garzya intreccia nei suoi versi una profonda riflessione sulla condizione umana, costruendo “un romanzo della vita” che si ispira a Umberto Saba.

 

Il messaggio dell’autore

 

Con uno stile fluido e coinvolgente, Garzya invita i lettori a vivere ogni attimo dell’esistenza, trovando bellezza anche nelle difficoltà. “La vita è un dono, non va sprecata”, afferma il poeta, che vede nella memoria un antidoto contro l’oblio, un mezzo per preservare i valori universali e celebrare gli affetti. Nelle sue opere, la poesia diventa un balsamo per il dolore e un modo per affrontare il pensiero della morte.

 

La prefazione di Alessandro Quasimodo

 

La raccolta gode della prefazione di Alessandro Quasimodo, attore, regista teatrale e figlio del Premio Nobel Salvatore Quasimodo. Nelle sue parole, Quasimodo elogia la poetica di Garzya: “È un itinerario che induce a riflettere e a non accontentarsi delle apparenze, intrecciando ricordi e meditazione sugli obiettivi e i valori autentici”.

 

Temi e stile

 

La poesia di Garzya abbraccia il mito, la realtà, i luoghi e la natura, descrivendo i paesaggi con un occhio quasi fotografico. Tuttavia, in questa raccolta emerge con forza una sensibilità verso i drammi morali e religiosi del nostro tempo. La sua scrittura, caratterizzata da uno stile scorrevole ed empatico, si propone come un dialogo universale con il lettore, esortandolo a riscoprire il bello dell’esistenza.

 

Conclusione

 

Con “È la vita”, Giacomo Garzya offre un’opera poetica capace di dialogare con il passato e il presente, ricordandoci l’importanza di vivere pienamente. È un viaggio tra introspezione e memoria, un invito a riscoprire il valore dell’arte e della bellezza per affrontare le sfide della vita.

 

in “alessandria.today”, 20 novembre 2024

 

 

DA “IL PICCOLO” DEL 6 FEBBRAIO 2025, UN ARTICOLO DI MARY BARBARA TOLUSSO

 

“È la vita, il racconto poetico del fotografo Giacomo Garzya”

 

Va sotto il segno della dualità l’arte di Giacomo Garzya. Napoletano, che da anni vive a Trieste, già docente di materie letterarie, Garzya da sempre coltiva due passioni: la fotografia e la poesia.

Lo sguardo, quindi, nella sua completezza. Lo sguardo esteriore dell’immagine e quello interiore dell’animo. Due elementi che segnano la sua produzione.

A guardare le fotografie, infatti, ci investe una dimensione lirica, poetica appunto. Così a leggere i suoi testi, per prima cosa si evoca un panorama, la descrizione di un tramonto, di una città, del mare.

E soprattutto delle persone. L’ultima sua raccolta in versi, “È la vita” (Aletti Editore, pagine 110, euro 14, con introduzione di Alessandro Quasimodo), cammina proprio in questa direzione, quella del doppio sguardo, verso l’interno e l’esterno.

Non a caso recita un suo verso:”Ecco la bellezza non può essere / solo interiore”. È in questa fluidità di pensiero che si sviluppa l’intera silloge. Giacomo Garzya, che alle spalle ha già diciassette raccolte poetiche, include qui gran parte di componimenti scritti a Trieste. Ma l’ispirazione si espande al resto di paesi e città: scrive dalla Francia, Spagna, Portogallo, finanche in Uzbekistan e in Asia Centrale.

Sono gli ambienti le porte migliori per ideare versi, osservati dal vivo attraverso un’opera pittorica. Tanti infatti gli omaggi ad artisti triestini tra cui i pittori di paesaggi Fabio Colussi, Cinzia Platania e molti altri.  Ogni quadro diventa il riflesso dell’anima. Ma va detto che l’animo è anche quello della memoria. Non a caso tutta la prima parte del libro è vocata a ricordarci le grandi tragedie della Storia.

L’Olocausto, certo, ma non vengono dimenticati molti altri orrori simili avvenuti nel Novecento.

La memoria è un altro elemento di poetica che percorre la maggior parte dei testi della raccolta “È la vita”. Memoria storica, ma anche memoria esistenziale quella di Giacomo Garzya: la giovinezza, l’amore, la distanza, la perdita. In fondo, lo dice lo stesso autore: “È così la vita, /  un eterno ritorno nei luoghi dell’anima”. Ma la scrittura è anche rivolta al futuro.

La nostalgia non vira mai nella passività di chi oramai crede di aver vissuto tutto. Rimane la consapevolezza, l’inevitabilità  della fine, non senza sospendere  questo “memento mori” solo “dalla grande voglia di vivere”.

 

Mary B. Tolusso

 

 

AL SALONE DEL LIBRO DI TORINO, 19 MAGGIO 2025

 

 “È la vita”. Giacomo Garzya porta un messaggio di speranza

al Salone del Libro di Torino

È arrivato dritto al cuore il messaggio di Giacomo Garzya che ha presentato la sua opera “È la vita” alla 37esima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo stand della sua casa editrice Aletti. Un dialogo a tu per tu con la giornalista Caterina Aletti, che ha sollecitato nell’autore – originario di Napoli ma che vive a Trieste – profonde riflessioni sull’esistenza umana, a partire proprio dall’importanza di soffermarsi sulle piccole cose della quotidianità. La silloge, pubblicata nella collana “I Diamanti della Poesia” è un inno alla bellezza della vita, con le sue gioie e i dolori ma con un’unica certezza che Giacomo Garzya ha ripetuto, sin dall’inizio della chiacchierata, a gran voce: “La vita non va sprecata”. Da buon insegnante e data anche la sua formazione storica, per l’autore il passato riveste un’importanza rilevante nella vita presente e la memoria distoglie dalla monotonia quotidiana.

È così che la sua poesia diventa strumento privilegiato contro l’oblio, per imprimere nero su bianco stati d’animo e impressioni ma anche i periodi storici più bui, e preservare i ricordi dal tempo che potrebbe cancellarli. E, soprattutto, una scrittura catartica che riesce a tirar fuori le emozioni più profonde e terapeutica per affrontare i momenti di dolore e di grandi perdite. Nei versi, scritti con un linguaggio semplice e scorrevole, emerge una continua ricerca esistenziale, costellata da descrizioni fotografiche dettagliate. La scrittura e la fotografia sono, infatti, accomunate dallo stesso obiettivo: donare immortalità al reale. Durante la presentazione al Salone del Libro, quest’anno dedicato alla tematica “Le parole tra noi leggere”,  l’autore ha ricordato il compianto Alessandro Quasimodo, autore e poeta figlio del Premio Nobel Salvatore Quasimodo,  che ha firmato la Prefazione della silloge, il quale ha parlato di una poetica «che riesce a ritrovare nel passato e riscoprire nel presente un percorso interiore che dia significato alla vita».

Sono versi pregni di significato, in cui la realtà storica si intreccia con la creatività della poesia e la bellezza dei sentimenti. Il risultato è una poesia esistenziale che, nonostante affronti tematiche dolorose come la perdita, riesce a far intravedere, sempre, un barlume di speranza. Come il messaggio finale che l’autore Garzya ha scelto per salutare i presenti e gli spettatori dei canali social Aletti editore. Questi alcuni versi scelti, tratti dalla poesia “Pacem in terris”: “Amore e fratellanza, valori non solo cristiani e a ogni latitudine un simile per l’altro simile, contro le parole come pietre, foriere di odio e distruzione”.

 

Federica Grisolia

(Vincenzo La Camera – Addetto Stampa Aletti Editore)

in “paese24.it”, 28 maggio 2025; “oltrelecolonne.it”; “liquidarte.it”

 

GIACOMO GARZYA PRESENTÒ ANTONIO CANIPAROLI IN OCCASIONE DELLA SUA MOSTRA FOTOGRAFICA "POUSSIÈRES DU NEPAL" (ROUEN E PARIGI, AMBASCIATA DEL NEPAL, MAGGIO - GIUGNO 2003).

Il suo testo dattiloscritto è del 1° febbraio 2003, tradotto in francese da sua madre belga Jacqueline Garzya Peeters.

Nepal, 2002 (foto di Antonio Caniparoli)

UN CARO RICORDO, NEL PENSIERO DI CHI NON C'È PIÙ: GLI INDIMENTICABILI FELICE ZOENA E MIA SORELLA CHIARA

PRESENTAZIONE ALL'ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI FILOSOFICI (NAPOLI, PALAZZO SERRA DI CASSANO, 29 APRILE 2015) DELLA MIA UNDICESIMA RACCOLTA DI POESIE "UNA SPECCHIERA", NAPOLI 2015. NELLA FOTO SCATTATA DA FRANCESCO ZOENA, I COMPIANTI CHIARA GARZYA E FELICE ZOENA.

GIACOMO GARZYA AL PALAZZO DELLE ARTI DI NAPOLI

AL PAN (PALAZZO DELLE ARTI DI NAPOLI) CON LE MIE FOTOGRAFIE "VESUVIO ALL'ALBA" NEL GIORNO DELL'INAUGURAZIONE DELLA MOSTRA "NAPOLI E IL SUO VULCANO" (21 OTTOBRE-19 NOVEMBRE 2006). TALI FOTO FURONO POI RIESPOSTE A ROMA, AL VITTORIANO, DAL 12 GENNAIO AL'11 FEBBRAIO 2007 (LA FOTO E' DELL'AMICA GIORNALISTA ANGELA MATASSA).

Foto di Giacomo Garzya, esposte nella sua prima mostra fotografica "Forti affetti", 4-13 maggio 1994, Napoli, Palazzo Pignatelli

Pescatori a Gallipoli, 23 agosto 1988
Terra d'Otranto, 25 agosto 1988