GIACOMO GARZYA: PEPI MERISIO E GIUSEPPE PONTIGGIA, RICORDI RELATIVI AGLI ANNI 1994-2001.  

Molto contento di aver ritrovato, in modo del tutto inaspettato nel mio archivio, due bellissime lettere del 7 giugno 1994 e del 12 novembre 1998, inviatemi insieme con una sua foto del Tempio di Poseidone a Paestum, dal grande Maestro della fotografia Pepi Merisio, con il quale ebbi l’onore di collaborare l’anno successivo, nel 1995, quando mi dette l’opportunità di esporre con lui a Napoli, in Piazza del Gesù, in occasione del Maggio dei Monumenti. La lettera del 1998 fa seguito alla pubblicazione del mio primo libro di poesie “Solaria”, Napoli 1998, M. D’Auria Editore, il quale ebbe molta risonanza e tra le lettere ricevute da persone insigni, non posso non pubblicare qui quelle di Giuseppe Pontiggia del 20 febbraio 1999 per “Solaria” e del 16 agosto 2001 per la mia seconda raccolta di poesie “Maree”, Napoli 2001, M. D’Auria Editore, con la presentazione del mio Maestro, dal lontano 1971, il grande storico Giuseppe Galasso.  

Condivido qui un breve testo per chiarire, a chi non mi conosce, cosa ha significato per me fotografare, anche alla luce del vivido ricordo di una lunga conversazione che ebbi con Merisio proprio nel 1994, durante un’uscita in auto tra la Penisola sorrentina e la Costiera amalfitana, fino a Positano.
La sua fu una vera lezione di esperienza, che affinò il mio modo di intendere il reportage e di fissare le emozioni davanti a un paesaggio: non solo con immagini capaci di raccontare, documentare, emozionare, come avevo già dimostrato a lui stesso di saper fare nella mia prima personale “Forti Affetti” del maggio 1994, ma di andare oltre, verso una riflessione più concettuale ed essenziale del paesaggio, fino a uno studio dei quattro elementi e ad un controluce più spinto, decisamente più artistico, rispetto alla mia fotografia precedente, dove pure già avevo dato prova di saper esprimermi in questo senso.
Da quella conversazione nacque anche la consapevolezza di una sensibilità condivisa: il “giocare” con la luce, il cogliere l’attimo. Per lui, nello sguardo delle persone; per me, nel rendere vivo e dinamico il paesaggio, soprattutto marino.
Merisio sottolineò anche come la tecnica, pur necessaria, non sia sufficiente a creare una fotografia artistica. Era critico verso ogni tecnicismo fine a sé stesso e verso una certa post-produzione che, a suo avviso, rischiava di trasformare la fotografia in una sperimentazione sterile. La differenza non la fanno la nitidezza o l’attrezzatura, ma la visione, la profondità, la capacità di dire qualcosa che non sia banale.
Un fotografo che conosce solo la fotografia produce immagini che parlano solo di fotografia. Chi invece si forma attraverso la pittura, il cinema, la letteratura e la storia, riesce a produrre immagini che parlano del mondo.
Affrontò anche il tema di gallerie e musei, osservando come, in certi contesti, non si cerchino solo belle immagini, ma pensiero e coerenza.
Concluse indicando tre possibili percorsi: quello del fotografo tecnico-commerciale, capace di ottenere anche grandi risultati economici; quello dell’artista istintivo, che può emergere per talento ma rischia di fermarsi senza una solida base culturale; e infine quello dell’artista consapevole, capace di durare nel tempo, perché non vende immagini, ma una visione del mondo.

Giacomo Garzya
Trieste, 28 febbraio 2026

 

 


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