GIACOMO GARZYA, “VIAGGIO POETICO TRA LUOGHI E STORIA”, ROMA 2025, FONDAZIONE MARIO LUZI EDITORE. pp. 1-210.
La mia silloge poetica, dal titolo “Viaggio poetico tra luoghi e storia”, edita nel maggio 2025 dalla Fondazione Mario Luzi, è un’Antologia che raccoglie con rigore una selezione delle poesie da me scritte e pubblicate in oltre trent’anni, ripercorrendo le tappe più significative del mio percorso di poeta.
Il titolo era già in nuce nella mia sesta raccolta edita nel 2010 e presentata a Napoli alla Feltrinelli di Piazza dei Martiri: “Il viaggio della vita”. Era il titolo, e lo è ora anche nello spirito di questa Antologia, una metafora che, prendendo spunto dai viaggi d’istruzione prima, poi di ricerca esistenziale dei valori primi, voleva nelle mie intenzioni delineare i confini interiori e la ragione di esistere dei valori, per me e per noi tutti, della nostra Civiltà occidentale, oggi così in crisi come modello universale, un processo di disgregazione lento ma inesorabile, che ebbe inizio dalla fine della Guerra Fredda, ma dal quale è necessario uscire per salvare la nostra identità.
La mia poetica in questa selezione vuole, quindi, essere una salvaguardia della memoria di questi nostri valori, della nostra cultura, affinché sopravvivano all’indifferenza di tanti, cercando così nel mio piccolo, di preservare la memoria dall’oblio, per non dimenticare i nostri artisti, i nostri pensatori, insomma la creatività, le idee, gli ideali. Questa Antologia, direi un progetto di una decina d’anni realizzato oggi, vuole essere un punto fermo su un tema che ha avuto sempre un posto preminente, centrale, nella mia poesia, cioè l’uomo nel suo farsi, nel suo divenire, non testimone passivo, ma mente critica, della storia, fatta di una concatenazione di eventi spesso non prevedibili, incontrollabili, come le guerre, il cambiamento climatico, la difficile convivenza di idee contrapposte. In questo mio percorso, naturalmente, è evidente il legame molto stretto tra il tempo e lo spazio, di qui l’importanza dei luoghi, dei siti della storia, di una geografia strettamente connessa con la formazione delle civiltà.
Un percorso poetico questo inusuale, poco battuto oggi rispetto al passato, prevalendo spesso nella poesia l’intimismo, le emozioni fin troppo personali, poco universali, oppure una visione molto politica, troppo legata alla cronaca, lontana dai sogni, dalla fantasia, dai miti.
La fonte prima del mio scrivere è legata, e non può essere diversamente, alla mia esperienza di vita, alla mia formazione universitaria nel campo degli studi storici e letterari, diciamo che è anche un modo di rendere permanente un cursus studiorum, iniziato con la lettura giovanile e approfondita dei classici della letteratura, nel contesto di un viaggio, per come l’ho inteso io, per come ho viaggiato senza mai sentirmi un turista, visto come una forma di conoscenza tra le più importanti e formative. Varia, inesauribile, essa richiede oltre a una curiosità verso il nuovo, il diverso, una capacità di saper vedere un’anima nei paesaggi marini, rurali, urbani, partendo dall’idea che solo interiorizzandoli non svaniranno col tempo, ma resteranno radicati nella nostra memoria.
Di qui la poesia, una parola scritta per sublimare un’emozione legata alla forza del mare, del vento, una parola che viva sempre, che non si esaurisca in una pagina, in una raccolta poetica occasionale, estemporanea, perché la scrittura è la parte più viva di chi si è educato o è stato educato a praticarla sempre.
In questa Antologia la scelta dei testi comprende poesie pubblicate tra il 1998 e il 2024. Già il titolo parla da sé e mostra come il filo conduttore – il corpo e l’anima – resti lo stesso, in continuità con le raccolte precedenti. Tuttavia esse, a differenza delle poesie di questo monografico “Viaggio poetico tra luoghi e storia”, rappresentano in modo molto più ampio, in tutto e per tutto, il mio vissuto: il quotidiano, i sentimenti, le emozioni di ogni giorno, la scrittura diventando un toccasana di fronte ai dispiaceri della vita, a un grave lutto, ma anche celebrazione degli affetti e dell’amore. Insomma, un quaderno dell’anima, un diario del quotidiano alla maniera di Saba – per citare lui, anche se non è certo l’unico – che si traduce in una forma poetica moderna, attuale, semplice, priva di retorica.
Quanto alla genesi di questa Antologia, una monografia appunto, che pone l’accento sui luoghi e la storia, devo precisare che la concezione del tempo, dello spazio, della storia nascono dallo studio e da un lavoro decennale negli archivi, al punto da diventare una forma mentis, una ragione di vita il metodo di approccio alla realtà. Di qui una formazione molto specifica, dove la scrittura aveva e ha a che fare direttamente col fluire del tempo, con i fatti storici, con l’uomo nel suo divenire.
Esiste, poi, parallela alla mia attività di poeta, la fotografia: uno stretto legame tra la parola scritta con le immagini. La fotografia nasce in me prima della scrittura ed è innanzitutto un’operazione mentale, concettuale: l’inquadratura sempre soggettiva a fermare un attimo irripetibile, gli scatti avendo un che di immediato, di istintivo, un fermo immagine per fissare un’emozione subitanea, ben consci che poi tutto è movimento, la terra come le nuvole, che tutto può mutare, è, infatti, nell’ordine delle cose che l’uomo tocchi, cambi e distrugga ciò che è bello, ancor più oggi, un’epoca la nostra dove è ancora molto diffuso il cattivo gusto nell’Arte, il kitsch, il trash, in una società del profitto, dei consumi portati al parossismo.
Quanto ai viaggi non casuali di approfondimento della nostra civiltà anche artistica, mi riferisco ai tanti musei d’arte visitati, essi mi hanno fin da bambino educato a avere familiarità con la pittura, con le immagini appunto, con l’arte, quindi l’immagine sempre un tutt’uno con la letteratura, con la storia, con la scrittura.
Poi le letture dei classici della poesia non potevano mai prescindere dalle biografie dei poeti, dalla conoscenza dei luoghi da loro rappresentati poeticamente, dal contesto insomma non solo storico ma anche geografico.
Quindi un viaggio poetico tra scrittura e fotografia, tra parole e immagini, sempre evocatrici delle emozioni, legate non solo ai sentimenti che emergono sicuramente nel quotidiano, ma ai luoghi dell’anima, visitati e rivisitati, per immergerci nella nostra storia, per comprenderla meglio, i paesaggi vissuti in presa diretta, nei colori delle diverse stagioni, nelle intemperie, non solo in astratto. Leggendo, poi, le mie poesie, in tutte si troverà un luogo e una data per fermare quel momento creativo nello spazio e nel tempo, non saprei fare diversamente, nonostante il mio primo editore mi sconsigliasse di agire in questo modo, giusto per mantenere un’aura di mistero, o semplicemente perché questo era l’uso comune in tanti poeti.
Quanto all’esposizione di me stesso, fuori di me, non ho mai avuto paura di esporre pubblicamente i miei sentimenti: nelle mie poesie sono stato sempre come un libro aperto, così dicevano anche i conoscenti, gli amici, non rinunciando a mostrare la mia vulnerabilità, le mie sofferenze esistenziali, come la mia grande gioia di vivere, l’esistenza, un dono. Ciò significa che nei meandri dell’anima, complessi per tutti, in certi labirinti, non sempre si trova una via d’uscita liberatoria e qualcosa rimane sempre nascosto dentro, a nostra tutela, inconsciamente o no, ben consapevoli che nessuno si può mettere a nudo in maniera assoluta, e per difesa, per pudore, non sempre si arriva a dismettere del tutto la maschera di pirandelliana memoria.
In conclusione non posso nascondere che il mio intento nel pubblicare le mie poesie è anche finalizzato a lasciare agli amici, qualcosa della mia interiorità, della mia visione del mondo, ma anche, oltre il reale, del mio immaginario, alla fine, una fascinazione poetica che consenta di librarsi dalle crudità dell’esistenza, noi vaganti in un viaggio, per quanto intenso possa essere, breve, troppo breve, ma sempre tutto da vivere, fino in fondo.
Giacomo Garzya
Trieste, 20 gennaio 2026
RECENSIONE DI FEDERICA GRISOLIA A “VIAGGIO POETICO TRA LUOGHI E STORIA”, su paese24.it del 13 novembre 2025
“Viaggio poetico tra luoghi e storia”.
La geografia dell’anima di Giacomo Garzya
Continua la produzione letteraria di Giacomo Garzya, poeta e fotografo originario di Napoli, ma che vive a Trieste, che torna nelle librerie con la sua nuova opera “Viaggio poetico tra luoghi e storia”, edita da “Fondazione Mario Luzi”, Roma 2025. Un lavoro poetico – complice la sua formazione universitaria nel campo degli studi storici e letterari – che continua ad incentrarsi sulla figura dell’uomo nel suo divenire, non testimone passivo, ma «mente critica, della storia, fatta di una concatenazione di eventi spesso non prevedibili, incontrollabili, come le guerre, il cambiamento climatico, la difficile convivenza di idee contrapposte». Il viaggio e i luoghi esplorati che Garzya racconta in versi, diventano metafora di vita, dove la natura, il mare e il vento sono fonte inesauribile d’ispirazione, e si riesce a scorgere un’anima nei paesaggi. «In questo mio percorso – confessa l’autore, è evidente il legame molto stretto tra il tempo e lo spazio. Da qui l’importanza dei luoghi, dei siti della storia, di una geografia strettamente connessa con la formazione delle civiltà».
Un corpo solo e un’anima sola con la precedente silloge “È la vita”, in cui «la scrittura è un toccasana davanti ai dispiaceri della vita, a un grave lutto, ma anche una celebrazione degli affetti, dell’amore, insomma, un quaderno dell’anima in una forma poetica moderna, attuale, semplice, senza retorica». Una passione coltivata con dedizione e incessanti letture, che hanno portato Garzya a scrivere poesie da oltre trent’anni, al punto da diventare una forma mentis, una ragione di vita, il metodo di approccio alla realtà. Un vero e proprio percorso interiore che pone al centro l’uomo nel suo divenire, fino a giungere ad una consapevolezza che richiede osservazione dei luoghi, conoscenza e curiosità verso il mondo circostante. Sono tante le città e i luoghi attraversati dalla poesia di Giacomo Garzya, come le isole di Capri e Procida, frequentate fin dall’infanzia, e Trieste, sua città d’adozione, ma anche Napoli, città d’origine, Marina di Praia e Marina del Cantone, Delfi. Una data e un luogo per ogni emozione.
«Un viaggio poetico tra scrittura e fotografia – racconta l’autore – tra parole e immagini, sempre evocatrici delle emozioni, legate non solo ai sentimenti che emergono sicuramente nel quotidiano, ma ai luoghi visitati e rivisitati, per immergerci nella nostra storia, per comprenderla meglio, i paesaggi vissuti in presa diretta, nei colori delle diverse stagioni, nelle intemperie, non solo in astratto». La parola diventa un fermo-immagine della realtà, e non poteva essere altrimenti data la passione di Garzya per la fotografia, che egli definisce «un’operazione mentale», che ferma un attimo irripetibile in una realtà mutevole. Poesie che sono come un libro aperto e creano un rapporto empatico con chi le legge. «Non ho mai avuto paura di esporre pubblicamente i miei sentimenti. Nei meandri dell’anima, tuttavia, non sempre si trova una via d’uscita liberatoria e qualcosa rimane sempre nascosto dentro, a nostra tutela, inconsciamente o no, ben consapevoli che nessuno si può mettere a nudo in maniera assoluta. Voglio così trasmettere qualcosa della mia interiorità, della mia visione del mondo, ma anche, oltre il reale, del mio immaginario, alla fine, una fascinazione poetica che consenta di librarsi dalle crudità dell’esistenza, noi vaganti in un viaggio, per quanto intenso possa essere, breve, troppo breve, ma sempre tutto da vivere, fino in fondo».
Federica Grisolia




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(Vincenzo La Camera -ufficio stampa)
Giacomo Garzya poesie in viaggio tra luoghi e storia
Prosegue incessante la produzione letteraria del bardo Giacomo Garzya (nella foto in basso) classe 1952, partenopeo d’origine ma cittadino del mondo, laureato in Lettere Moderne alla Federico
II di Napoli, appassionato di scrittura e di istantanee. Dopo il successo delle sue ultime due opere
“È la vita” (Aletti Editore, 2024) e “Fermo immagine a Nord Est”, pubblicato con Franco Rosso Editore (2024), Garzya non ha intenzione di fermarsi. Anzi, si rilancia con il libro “Viaggio poetico tra luoghi e storia” (Fondazione Mario Luzi, 2025). Un viaggio attraverso l’Uomo, i Paesaggi, la Storia, la Natura e i suoi elementi primordiali che tornano protagonisti nel suo nuovo ed
entusiasmante lavoro, in cui emerge da parte dello scrittore tutta la voglia di raccontarsi e raccontare la propria visione del mondo. Garzya, agendo attraverso la doppia lente del poeta e del fotografo, si impegna in una continua ricerca esistenziale, con lo scopo primario di esercitare una contraria posizione dialettica al dolore e al dramma della morte. Nelle poesie ampio spazio viene concesso alla bellezza, che risalta come strumento contro l’oblio della società moderna. Sebbene le fotografie non siano incluse nel testo, la loro impronta estetica e stilistica è intrinseca ed è fondamentale per la comprensione dei versi: il lettore è invitato a realizzare una vera e propria sinestesia critica,
completando così il circolo fra parola e immagine.
Giacomo Garzya è un ex professore di materie letterarie. Ha partecipato come finalista a diversi concorsi poetici. Nel 2023 ha ricevuto una “menzione speciale al merito” all’ottava edizione del Premio Internazionale “Salvatore Quasimodo”, presieduto dal figlio Alessandro. Dal 1998 a oggi ha visto concretizzarsi la passione per la poesia pubblicando una lunga serie di libri monografici. Da diverso tempo ha lasciato la “sua” Napoli per trasferirsi a Trieste. Garzya non ha però mai abbandonato il suo piglio partenopeo che, insieme al suo illimitato bagaglio culturale, gli ha consentito di entrare a far parte stabilmente dei più importanti salotti intellettuali triestini, facendosi conoscere per la sua sconfinata passione per la letteratura e per l’arte dello scatto. (m.v.d.)
(16) CHIAIA MAGAZINE • DICEMBRE 2025
Mario Vittorio D’Aquino
Viaggio Poetico tra Luoghi e Storia di Giacomo Garzya. Contemplazione estetica nell’intersezione tra Logos e Imago
In quest’opera l’autore, agendo attraverso la doppia lente del poeta e del fotografo, si impegna in una “continua ricerca esistenziale”, con lo scopo primario di esercitare una “contraria posizione dialettica al dolore, al dramma della morte”
Il volume di Giacomo Garzya, Viaggio poetico tra luoghi e storia, trascende la mera definizione di silloge di componimenti lirici per configurarsi come un vero e proprio atlante filosofico – esistenziale. In quest’opera l’autore, agendo attraverso la doppia lente del poeta e del fotografo, si impegna in una “continua ricerca esistenziale”, con lo scopo primario di esercitare una “contraria posizione dialettica al dolore, al dramma della morte”. La bellezza non è perseguita come fine a sé stessa, ma come strumento essenziale per preservare i valori della civiltà contro l’inesorabile oblio del tempo.
L’elemento di maggiore innovazione critica e la chiave di lettura dell’opera risiedono nella dualità operativa di Garzya, ovvero nell’intersezione tra logos (parola/pensiero) e imago (immagine). Sebbene le fotografie non siano fisicamente incluse nel testo, la loro impronta estetica e stilistica è intrinseca e fondamentale per la comprensione dei versi: il lettore è invitato a realizzare una vera e propria sinestesia critica, completando così il circolo fra parola e immagine. Garzya pone la sua scrittura poetica al servizio di una “visione più storicista e da un pensiero forte”. Il suo poetare è intrinsecamente legato all’atto di “catturare il reale e trasfigurarlo con l’immaginazione”, cercando di “rendere semplice ciò che è complesso, scoprire l’armonia delle linee nella luce che cambia”. Questa tendenza nasce dallo sviluppo della sua arte visiva: la fotografia, inizialmente reportage di famiglia, è maturata in uno “studio monografico basato sui quattro elementi” (Acqua, Fuoco, Aria, Terra), culminando in una metafisica della luce, influenzando visivamente e grammaticalmente la dizione poetica. L’artista, a cui “nulla sfugge”, evoca paesaggi metafisici e lunari, caratterizzati da “chiaroscuri tenaci, caos di linee e geometrie audaci”, un omaggio a Giacomelli che riconosce nella sua arte “la fotografia più pura”.
I colori utilizzati sono densi di significato emotivo: si pensi al “bianco accecante delle case” e al cielo “cicladico” di Sifnos, che insieme creano l’immagine di un presepe di luci. Altri esempi sono le tonalità ambrate e rossastre della Falanga d’Ischia, o il “tramonto rosso” di Procida, che trasmuta l’immagine del “tuo sorriso… rosso purpureo” nell’acqua del mito. Questa intensità luminosa non è statica, ma è il mezzo attraverso cui l’artista può esercitare la dovuta attenzione e permettere di “rivivere al meglio, pienamente, i lati belli della vita”. Questa continua interazione tra forma e sentimento testimonia che “niente è statico, neanche il dolore dell’uomo”.
L’io lirico che emerge nell’opera si presenta come una “storia personale di ieri e di oggi, purché si renda universale”. In questa prospettiva, il viaggio assume la valenza di un “tornare indietro per preservare qualcosa di allora”, nel tentativo di non perdere la natura percepita con il candore dell’età dell’oro.
L’opera è profondamente segnata dal lutto inesplicabile per la figlia Fanny: questo dolore è intriso nei versi attraverso un ricco apparato mitologico classico e simbolico. La memoria stessa viene supplicata di non tradire, di non spegnere la luce dei ricordi, con un esplicito riferimento al tema della persistenza della memoria caro a Dalì. L’amata è soggetta a una metamorfosi mitologica, condannata, come Euridice, a vagare lontana da ogni amore in un limbo di nebbie, segnata da un destino amaro e crudele. Il ruggito del mare a Procida diventa il suo “eterno disperato urlo”. In contrasto, luoghi come Melidoni di Kithira, dove Afrodite nacque, sono trasformati in loci amoeni nei quali il poeta desidera ritrovare la figura amata, trasfigurata.
Il “viaggio poetico” è anche un percorso attraverso la storia universale, che non teme di porre in dialogo l’Antico Sublime con l’Orrore Contemporaneo. Garzya utilizza la poesia epica non solo per commemorare le grandi battaglie del passato (come Cesare a Farsalo o Waterloo), ma anche per trattare i drammi del XX e XXI secolo, sottolineando il dovere di non dimenticare. L’autore si confronta con l’orrore della Shoah e delle dittature: a Masada incontra il “vento sordo” su una rocca inespugnata, simbolo di lotta e suicidio. La descrizione di Auschwitz è di crudo realismo: i blocchi trasudano sangue, l’orrore delle valigie vuote, dei denti d’oro e delle ceneri usate per “fertilizzare la terra senza più lacrime”. La sua poesia civile celebra anche la libertà e l’utopia, elogiando figure come Aung San Suu Kyi e denunciando l’oppressione femminile, come nel caso dell’Hijab e di Jina Emíni a Teheran. L’utopia, ispirata a Tommaso Campanella e alla sua Città del Sole, è difesa come “il principio, la scomoda verità”, necessaria a non arrendersi alla “morale gogna”.
I luoghi marini sono descritti con ricchezza sensoriale e profondità storica. La Grecia, con Delfi cercata invano come ombelico del mondo, e Monemvasia, vista come una porta da cui il cielo trasparente muove il destino verso rotte incognite, contrapponendosi all’antico tempo della navigazione verso Atene e la sapienza. Napoli è identificata come l’origo, spesso contrapposta al Nord, e il Vesuvio è umanizzato come figura femminile, una donna che si adagia sui crateri, mentre la Corricella di Procida è un cumulo di case “abbarbicate, come unghie retrattili a difesa, variopinte”.
Il poetare di Garzya è definito “neoumanistico”, nutrendosi di radici classiche, come Omero, Saffo, Catullo e Orazio, e di richiami moderni, tra cui Hemingway, Dostoevskij, Exupéry, Joyce e Pessoa. Formalmente, vi è un uso evocativo del lessico, con la forza della parola (il logos, inteso sia come parola sia come pensiero) spesso legata a termini geografici o sensoriali precisi, come il “bafuogno” e il maestrale, o il vento marino.
Viaggio poetico tra luoghi e storia è un’indagine profonda e polifonica sulla persistenza della bellezza e dei valori in un mondo storicamente ostile. La grandezza di Garzya risiede nella sua capacità di far dialogare l’intimità del dolore personale con la vastità del dramma collettivo, mantenendo sempre viva l’aspirazione all’amore e alla libertà. L’opera non si limita a descrivere i luoghi, ma a trasformarli in realtà memoriali, dove “l’amore e la terra sono terra e amore ora”. La scoperta delle fotografie, abbinate a questi versi, crea un corpus unitario in cui la luce catturata (la foto) e il dolore evocato (la poesia) si fondono, offrendo una testimonianza di vita che non teme l’avanzare degli anni né l’oblio. I componimenti lirici con un’articolazione matura e coesa di etica e poesia, dove il poeta usa il mondo, dalla vastità di Machupicchu al dettaglio di una caletta pugliese, come un’immensa tela per riflettere sull’anima universale. La necessità di affiancare la parola all’immagine non è una forzatura, ma il culmine di un’estetica che vede l’occhio dell’artista come l’unico capace di cogliere l’armonia nel disordine.
L’opera di Garzya è metaforicamente vista come una lastra fotografica invecchiata (la Storia) sulla quale il poeta incide con la luce (la Poesia). Sebbene il supporto originale possa sbiadire con gli anni, minacciato dalla dissoluzione, il contrasto dei versi – chiaroscuri tenaci – permette di “rivivere pienamente” non solo i luoghi, ma soprattutto la scintilla di umanità che vi ha resistito.
Chiara Spatuzzi
in “resistenzequotidiane.it” del 9 novembre 2025